Alberto Balocco

 Versione integrale dell’intervista a Alberto Balocco, Presidente e AD della grande industria dolciaria italiana. Per FORTUNE del 30 Novembre 2018

 

di Giorgio Nadali

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Ascolta l’intervista: 

La passione per i dolci della Famiglia Balocco risale al 1927, quando Francesco Antonio Balocco apre la sua prima pasticceria a Fossano, di fronte al Castello dei Principi di Acaja; presto ne nasce una seconda, nella centrale Via Roma. E’ qui che la sapienza artigianale e la passione per la qualità hanno dato vita ad uno dei più famosi marchi dolciari italiani. Nel dopoguerra, grazie all’iniziativa della seconda generazione, si compie la grande trasformazione: è con Aldo, figlio di Antonio e ora Presidente Onorario dell’Azienda, che Balocco diventa una moderna realtà industriale. La produzione si sposta in un apposito stabilimento di 5.000 mq ed occupa 30 addetti. Nel 1970 viene inaugurato lo stabilimento di Via Santa Lucia (70.000 mq di cui 20.000 coperti), dove tuttora ha sede l’azienda. Lo stabilimento produttivo si estende oggi su una superficie di 70.000 mq, di cui 46.000 coperti. Il fatturato 2017 è salito a 185 milioni di Euro. Sono state prodotte 64.400 tonnellate di prodotti da forno; all’interno dello stabilimento Balocco di Fossano operano 8 impianti di produzione per lievitati da ricorrenza (Panettone, Pandoro, Colombe), biscotti da prima colazione e wafer. Balocco dispone infine di una piattaforma logistica completamente integrata con le aree di produzione; l’impianto è strutturato su un sistema automatico di palletizzazione ed handling. Sono inoltre disponibili 16 centri distributivi esterni che garantiscono l’evasione degli ordini in 24h in tutta Italia.

Dottor Alberto Balocco, cosa è rimasto e cosa è cambiato nello spirito imprenditoriale dai tempi di suo nonno Francesco Antonio Balocco, il fondatore nel 1927?

Guardi è cambiato poco ed è rimasto molto soprattutto nell’atteggiamento verso il lavoro che facciamo perché mio nonno aveva iniziato a lavorare da bambino a 10 anni compiuti e non aveva terminato le scuole elementari ed era andato a fare l’apprendista pasticcere, anzi confettiere come si diceva all’epoca, prima Bra e poi a Torino. Quindi un bambino lontano da casa a imparare il mestiere. Aveva pochissimi anni e fa capire come ci sia alla fine dna o una predisposizione, una genetica per quel particolare mestiere tanto è vero che molti dei fratelli di mio nonno e dei suoi zii facevano proprio questo mestiere. Il mio papà è cresciuto in una pasticceria era quella di mio nonno abitava sopra la pasticceria c’era un quasi una osmosi fra la vita ed il lavoro e non mi stancherò mai di ricordare ai miei figli che l’educazione che il loro bisnonno aveva avuto non l’aveva ricevuta dai genitori, ma dai pasticceri per i quali iniziava a lavorare perché non gli insegnavano non solo le ricette, la tecnologia e il modo di produrre, ma una scuola di famiglia e da questi insegnamenti non ci si riesce a staccare da questa da questa situazione in cui il lavoro è una parte integrante nella famiglia e della vita.

La Balocco fattura oggi 185 milioni, e in dieci anni ha quasi raddoppiato il fatturato. Ci dia 3 consigli per trasformare una piccola azienda familiare in un impero economico che esporta in 67 Paesi.

 Non saprei sinceramente da dove iniziare fatto salvo a raccontare quello che è successo. Noi abbiamo vissuto per questo lavoro non abbiamo lavorato per vivere. Nessuno di noi lo ha mai fatto. C’è sempre stato un commitment sbilanciato fra lavoro e non lavoro. La famiglia ha sempre tratto la più grande gratificazione dal risultato dell’azienda, non dal benessere della famiglia. Non ci è mai mancato nulla. Essere felici essere ed entusiasti è sempre transitato attraverso lo sviluppo dell’azienda.  È una soddisfazione quando parte un nuovo impianto, quando ampliamo un fabbricato per farne fare dei nuovi, quando si presenta una nuova ricetta, quando trovi il nuovo nome di un prodotto, quando cambi tecnologia e scopri che il prodotto viene più buono. La ricetta forse è quella di mettere il proprio lavoro, la propria attività a un posto molto rilevante tra le proprie priorità e vivere senza farsi poi travolgere se è possibile, però vivere per quel lavoro e per quell’attività, per quell’investimento, per poter portare a bordo dieci persone in più a lavorare piuttosto di non lasciarne a casa 10 per far quadrare i conti. Quando poi le persone che lavorano con te sanno qual è il tuo obiettivo e che non è quello di lasciare a casa qualcuno, ma di riportare lavoro e fare meglio poi tutti si sentono responsabili di questa missione.

 Perché secondo Lei solo 43 imprenditori italiani possiedono un patrimonio personale netto di almeno un miliardo di euro?

 Perché l’Italia è un paese di media e piccola media azienda. Non a caso ci sono forse solo 43 grandissime aziende che hanno un giro d’affari superiore a un miliardo di euro. L’Italia è il paese delle piccole e medie imprese e non delle multinazionali.

 22% mercato lievitati da ricorrenza Pasqua 2018 (2a azienda). 19% mercato lievitati da ricorrenza Natale 2017 (2a azienda)       .  8% mercato prima colazione – Biscotti Frollini (2° azienda). Cosa avete in programma per guadagnare il primo posto?

 Per quanto riguarda il comparto dei lievitati devo dire che non sono molti i punti che ci separano dall’azienda che ci precede in questa classifica, per cui probabilmente continuando a lavorare in questa direzione, quindi continuando a fare quello che abbiamo fatto e andando a potenziare la gamma prodotto, sotto segmentando tutti i cluster di consumatori e andando a lavorare anche sull’alto di gamma – cosa che abbiamo fatto partire da quest’anno creando un nuovo mondo che si chiama Bottega Balocco – ci sono buone possibilità di essere veramente un co leader. Per quanto riguarda la prima votazione chi sta davanti a noi è decisamente  molto più grande e si chiama Barilla  con i marchi Mulino Bianco, Pavesi,  Gran Cereale, ecc. e ha dunque di dimensioni anche termini di quote di mercato molto più robuste. Sarei presuntuoso se mi immaginassi di riuscire in poche mosse ad arrivare lassù. Detto questo abbiamo fatto passi da gigante partendo da quote molto modeste arrivando una quota che è la seconda del mercato quella categoria. L’obiettivo è continuare a crescere modo virtuoso e rafforzare questo secondo posto avvicinandosi il più possibile al primo.

 Dottor Balocco, ho intitolato il mio tredicesimo libro “Chi non si accontenta gode”. Lei è d’accordo con questo spirito?

 Assolutamente sì! Io ho un carattere che non consiglio a nessuno, perché non mi accontento, non riesco mai a star fermo e me ne sono accorto quando facevo l’università. Dovevo laurearmi in fretta con il servizio militare all’interno del corso di studi per riuscire a lavorare insieme a mio papà e quando ho iniziato a lavorare per dimostrargli che hanno fatto bene a non vendere l’azienda e quindi fargliela crescere e non farla diventare un problema per dargli sempre la sensazione che quello che si faceva era un risultato, un successo e non una grana. Poi mi sono fatto prendere proprio dalla situazione è lì non riesco mai arrivare al traguardo perché non appena sono vicino mi scoccia da morire prenderlo e lo sposto avanti quindi non raggiungerò mai il mio traguardo, proprio perché non voglio raggiungerlo.

 Di quali risultati va più fiero di quelli conseguiti dalla Sua azienda nel 2018?

Sicuramente quello più tangibile è quello di aver portato un’azienda che nel 1990 faceva un controvalore in euro 13 milioni, 27 miliardi di vecchie lire ed era rimasta a fondo classifica di molte rank di quote di mercato e partiti di lì e in poco tempo di aver raggiunto la co-leadership in molti dei segmenti in cui eravamo presenti facendo crescere fatturati. Ma la cosa che mi fa particolarmente piacere è che questa azienda gira su basi attive è cash net da un punto di vista finanziario e iper efficiente da un punto di vista produttivo e con un equipaggio di persone affiatate e molto coinvolte di 350 dipendenti. La soddisfazione di avere una squadra di persone che condivide certi valori secondo me è la più bella delle soddisfazioni e vale più di qualunque quota di mercato, fatturato o indicatore numerico.

Qual è la Sua idea di successo personale?

Io sono un ambizioso e non avido. A me non interessa avere 1000 lire in più e rinunciare a un grammo della mia reputazione o quello della mia famiglia. Vivo di reputazione e non di denaro per cui tutto quello che decidiamo di fare ha sempre come minimo comun denominatore la reputazione del brand, che guarda caso è uguale al cognome e quindi della famiglia. C’è questo collegamento molto stretto fra le due realtà che costringono a capire quando le cose vanno bene e sei ambizioso la tua reputazione è giusta, mentre quando le cose vanno male la tua reputazione precipita. Naturalmente non limitandoci a delle considerazioni di tipo soggettivo o emotivo, ma tenendo sempre gli occhi puntati sugli aspetti economici finanziari perché se le cose vanno bene devi avere la pagella in ordine.

Lei voleva fare il pasticcere, stando al titolo del suo libro (Rizzoli, 2016). Oggi è più contento di essere un capitano di industria? Consiglierebbe a un giovane di fare il pasticcere o l’industriale?

Il pasticcere, perché un mestiere meraviglioso ed è alla portata di molti, è molto di moda e consente di avere un rapporto quotidiano immediato con il consumatore, senza filtri e senza barriere, perché se una cosa è buona te lo dicono, se il prezzo è giusto comprano e se è sbagliato non comprano più. Consente di avere un governo pieno del proprio mestiere. Più le dimensioni aumentano più è difficile riuscire a stare dietro a tutto.

Ma un industriale ha altre soddisfazioni diverse dal pasticcere immagino!

 Sì assolutamente! Sicuramente consiglierei di fare il pasticcere, ma non sconsiglierei di fare l’imprenditore perché è mestiere meraviglioso, un po’ più complicato, ma meraviglioso.

Cosa ama di più del suo lavoro?

Il fatto che produciamo cose che si mangiano e che quindi tutti possono capire, giudicare, condividere e poi il fatto che è un mestiere che lavora con organismi vivi. Non è come produrre una lastra d’acciaio. Sai cosa metti nella macchina e sai cosa esce dalla macchina. È un processo rigido. Noi lavoriamo con materie prime vive, perché tutto quello che utilizziamo è vivo. Dalle uova al latte la lievito madre. È tutto imprevedibile. È tutto estremamente mutevole

Quanto producete al giorno?

64 mila tonnellate all’anno. Quest’anno arriveremo a 65mila tonnellate l’anno.  Al giorno circa 220 tonnellate.

Mi tolga una curiosità. A quaranta chilometri da voi, nella vostra stessa provincia, c’è un’azienda dolciaria fondata diciannove anni dopo di voi e che oggi fattura circa dieci miliardi. Secondo Lei come hanno fatto? Avete il desiderio di raggiungerla?

 Come hanno fatto ovviamente è sotto gli occhi di tutti. Hanno avuto la la fortuna di avere un genio come Michele Ferrero che è un genio come Einstein, come Freud, come Orazio e che probabilmente sarà ricordato fra duemila anni esattamente come Fedro e Orazio vengono ricordati oggi.  Quindi la genialità di un uomo, presumo difficilmente ripetibile. Una capacità del genere è un fatto di fortuna e poi c’è la capacità del genio di scaricare i cavalli a terra, cioè di riuscire a non essere solo un inventore di concetti di prodotti, ma un ottimo gestore. Cosa molto rara che ha fatto sì che quell’azienda raggiungesse dimensioni pazzesche senza mai però perdere il senso della realtà di un’azienda familiare. Perché la presenza del signor Michele fino a quando c’è stata – e credo che tuttora le cose non siano mutate – è sempre stata la presenza di un padre più che di un imprenditore all’interno dell’azienda. Cioè il rapporto con le persone è stato clamorosamente paritetico.

Ci vuole un talento eccezionale, praticamente una genialità negli affari per arrivare a certi risultati?

 La genialità è l’arte di inventare. La capacità è l’arte di gestire quindi sono due cose che raramente si trovano all’interno di una sola persona e non da ultimo, l’attitudine al lavoro. Ci sono degli imprenditori che non appena fanno un po’ di fortuna si comprano un transatlantico e fanno i viveur e ci sono degli imprenditori come Michele Ferrero che pur potendosi comprare la flotta della Marina degli Stati Uniti ha sempre e solo lavorato, concedendo molto di più al suo lavoro che alla sua vita privata. Fondamentalmente viveva per quello che faceva non per andare a fare il “balengo” [stravagante] in giro e questo stile lo hanno capito tutti.

Il giro d’affari della Balocco è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio, passando dai 103 milioni di euro del 2008 ai 185 milioni di euro del 2017. Balocco è presente in oltre 67 Paesi: Europa, Nord, Centro e Sud America, Medio Oriente, Sud-Est Asiatico, Cina, Oceania, Africa. Il 60% dei volumi è realizzato all’interno della UE e il 40% nei paesi extra UE. Ci sveli almeno un segreto della Sua strategia.

La strategia è stata quella di partire da un’azienda che faceva prevalentemente lieviti da ricorrenza e di non accontentarsi di un momento di contatto con il consumatore così limitato come le ricorrenze natalizie, ma provare a diventare un protagonista della tavola dei consumatori quotidiano l’apertura al mondo della prima colazione. Questo è stato forse un azzardo, ma sicuramente una strategia che ha pagato. La strategia di investire molto in marketing quindi comunicazione e raccontando quello che siamo e non quello che non siamo. C’è un Signor Balocco, c’è un amore per il proprio mestiere per i propri prodotti. Non sono delle invenzioni. È solo raccontarlo con il linguaggio della pubblicità, ma si racconta quello che esiste. Poi la strategia di non aggregare masse di fatturato o stabilimenti sparpagliati, ma quella di investire e potenziare per ora – finché sarà possibile – un’unica realtà produttiva un unico sito produttivo per poter avere delle economie di scala che diversamente sarebbero state impossibili da realizzare e la strategia di non accontentarsi del mare nostrum, ma di provare a guardare un po’ più in là a un mare un proprio più ampio che porterà nei prossimi anni a investimenti tecnici e tecnologici che avranno l’obiettivo di produrre prodotti più esportabili e meno da mercato domestico.

Dall’inizio dei lavori, inizia ad intravedersi in tutta la sua dimensione l’ampliamento del sito produttivo Balocco, che con 12.000 mq aggiuntivi, arriverà a sfiorare 60.000 mq di superficie coperta. Quali linee di produzione ospiterà oltre alla nuova linea Bottega Balocco ?

 La linea Bottega Balocco per adesso rimane nel mini sito produttivo di Fico a Italy World, Bologna. Per ora rimane lì perché è un investimento che ha appena un anno e quindi speriamo che duri a lungo. Nell’ampliamento della fabbrica di Fossano abbiamo in animo di mettere altre linee della bakery dolciaria che andremo a installare tecnologie che, come dicevo prima, ci consentiranno di produrre prodotti più esportabili rispetto a quello che facciamo ora. Entro il primo trimestre del 2019.

Lei ha dichiarato: “il segreto del successo spesso è contenuto nelle irripetibili capacità di chi lo ha permesso fondando l’attività”. Oggi nel 2018, secondo Lei è ancora possibile partire da zero e arrivare a importanti risultati imprenditoriali? Come?

 È possibile perché lo vediamo lo abbiamo visto di continuo ci sono delle aziende molto grandi molto famose, molto importanti che spariscono e ci sono dei signori nessuno che diventano molto grandi e molto famosi. Se no i primi sarebbero sempre i primi e gli ultimi sarebbero sempre gli ultimi. Il segreto è la fame. Se uno ha fame di successo, di gloria e ambizione si impegna di più di chi ha la pancia piena.

Vedo che andiamo molto d’accordo su questo….

Sì, la differenza è tutta lì… Da sempre è così. Guardi Bill Gates, fondatore della Apple, Sergio Marchionne… Il papà faceva maresciallo dei carabinieri, non faceva il signor Agnelli, eppure era più importante del Signor Agnelli perché aveva due palle come un dirigibile…

Oltre all’ambizione ci vogliono intelligenza, creatività, coraggio, determinazione…

Sì, un mix di talenti che a volte si trovano racchiusi in una sola persona. Io vivo in un paese piccolino di 25mila anime [Fossano, Cuneo] che nel 1990 ha ospitato delle famiglie di stranieri che erano sbarcati nel porto di Bari dall’Albania. All’epoca sembravano persone molto lontane. Oggi ci sono tantissime famiglie albanesi nel piccolo paese in cui viviamo che hanno fondato dei piccoli imperi nell’alimentare, nelle imprese di costruzioni. Sono partiti con niente e oggi si sono mangiati in insalata tanti soggetti che avevano delle attività, ma non avevano più lo stesso stimolo, la stessa determinazione a dimostrare a se stessi che erano in grado di crearsi una nuova vita, avventura, sviluppo. È la voglia di far bella figura che cambia e di saper stringere i denti e non cercare scorciatoie facili, di non volere il denaro facile.

Quindi aveva ragione Andrew Carnegie quando diceva: “Sia la ricchezza che la povertà provengono dalla mente”

Sempre, sempre! Perché se uno ha voglia di affermarsi non c’è barriera che lo trattenga.

Lei conosce personalmente tutti i suoi dipendenti?

Direi proprio di sì!

Voi siete grandi e quindi avete meno problemi?

Noi abbiamo tutte le difficoltà che chi fa il nostro mestiere ha, nessuna esclusa. Abbiamo difficoltà pur avendo un ottimo rapporto col personale perché credo che sarà 30 anni che non c’è un’ora di sciopero. Abbiamo un commitment come Le descrivevo più unico che raro. Poi nell’ambito delle persone a volte c’è qualcuno che non ha voglia di lavorare, qualcuno che fa casino. Non è Disneyland, non è l’Eden questo.  È un mondo reale pieno di complicanze di insidie e di rogne. Però è normale, cioè è come giocare una partita di calcio senza mai prendere un goal, senza aver mai un infortunio…

Bisogna tenere alta la guardia anche se si ha molto successo insomma…

Ma non c’è ombra di dubbio il mio mestiere tutti in tutti i giorni e rianimare  qualche “morto” o “moribondo”. Spegniamo “incendi” tutti i giorni. Poi dipende dallo stile con cui si spegne, perché si spegne incendi scazzato è un conto se spegnere incendi con entusiasmo è un altro conto. Io sono un entusiasta.  Non è vero che chi è più grande ha meno problemi.  Chi ha avuto più problemi? La svizzera o l’impero romano?  Forse l’impero romano perché era troppo grande e non più gestibile quindi la dimensione spesso è anche una condanna a morte non dimentichiamolo mai la storia i libri storie sono pieni di esempi. A volte è la dimensione ottimale quella che consente invece una prosperità molto più lunga.

 Lei quante ore lavora?

Io esco di casa alle 7,45 e vengo in ufficio a piedi. Ho la fortuna di abitare a due chilometri e mezzo da dove lavoro e quindi sono un buon camminatore esco dall’ufficio alle dopo le 20.

Lei si ritiene fortunato?

Io sì, molto. Perché godo di buona salute, perché i miei famigliari godono di buona salute senza la quale purtroppo non si un bel niente e  perché fino adesso ho avuto fortuna di trovare persone in gamba che mi hanno aiutato capito  e supportato.