Le opere di misericordia corporale 2. Seppellire i morti

Cremazione o sepoltura?

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Sono le parole di Gesù (Luca 9,60). L’urgenza dell’annuncio supera anche la pietà verso i defunti. Oggi nei grandi centri urbani la pratica della sepoltura è stata superata da quella della cremazione. La Chiesa Cattolica consente la pratica della cremazione ai suoi fedeli dal 1963, anno in cui Papa Paolo VI consentì la libertà di tale scelta approvando l’istruzione “De cadaverum crematione: Piam et constantem” emanata il 5 luglio 1963 in cui si afferma che “di fatto l’abbruciamento del cadavere, come non tocca l’anima, e non impedisce all’onnipotenza divina di ricostruire il corpo, così non contiene, in sé e per sé, l’oggettiva negazione di quei dogmi. Non si tratta, quindi, di cosa intrinsecamente cattiva o di per sé contraria alla religione cristiana “. Nel 1968 la Sacra Congregazione per il Culto Divino, con il decreto “Ordo Exsequiarum”, stabilì la concessione del rito e delle esequie cristiane a chi volesse scegliere la cremazione. A Torino e Milano si è arrivati al 50%. In Italia nel 2006 sono state effettuate 53.000 cremazioni, che corrispondono al 9,5% dei decessi (558.000 nello stesso anno), poco più di un quarto rispetto alla percentuale media dell’Unione Europea (36%). Oggi sono in funzione 45 crematori (31 al nord, 9 al centro e 5 al sud).

I vantaggi sono molteplici: Il corpo non deve essere esumato dopo 10 anni come d’obbligo per le sepolture (a meno di una costosissima tomba di famiglia), dato l’affollamento dei cimiteri; assenza dell’alto costo di una lapide; grazie all’urna cineraria si possono avere sempre con sé in casa – nell’ambiente dove ha sempre vissuto il defunto – le spoglie mortali dei propri cari. La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176). Alla presentazione del “Nuovo Rito delle Esequie” è stato ricordato che “La celebrazione cristiana dei funerali è celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore”.  Questa affermazione posta nell’incipit delle Premesse generali al Rito delle esequie è la ragione di un aggiornamento che recepisce i profondi cambiamenti intercorsi nella società e nell’atmosfera culturale, dopo la prima edizione del 1974, sulla base della tipica del 1968.Che cosa è cambiato?

La società non è più mortale, anzi “la società post- mortale” ha messo a tacere la morte, grazie alla scomparsa dalla coscienza degli individui di questa esperienza. La spia più intrigante di tale cambiamento è proprio la rimozione della parola morte dal linguaggio corrente al punto che l’eufemismo è diventato il killer della morte. La morte, in realtà, è rimossa dall’orizzonte della vita quotidiana anche dal punto di vista percettivo mentre proliferano le sue spettacolarizzazioni mediatizzate, che trasformano in fiction anche la violenza reale che genera morte. I malati terminali stanno negli hospice, si muore per lo più in ospedale, ai bambini non si fa vedere la salma dei nonni perché potrebbe turbarli, e così si resta analfabeti e muti di fronte a un evento che è parte della vita, sia perché inevitabile, sia perché contribuisce a definirne il senso, a riordinare le priorità, a non confondere mezzi e fini, a vivere con pienezza, come un dono, ogni giorno che ci è regalato.

In un orizzonte immanente la morte è un fatto privato per le persone “comuni” o pubblico per le celebrità: un evento che si affronta in solitudine, senza strumenti di rielaborazione, perché il linguaggio della contemporaneità li ha cancellati dal suo vocabolario; oppure un evento che si consuma sotto i riflettori, un “media event” che fa notizia per un paio di giorni e regala un po’ di visibilità a qualche personaggio, o produce un po’ di “retorica della pietà a distanza”, come la chiamava Boltanski, ma che non aiuta chi resta a elaborare il “passaggio”. Rispetto a questo scenario contemporaneo, nelle società pre-secolarizzate la morte non era affatto una questione privata e la ricchezza e complessità dei riti funebri fin dall’antichità testimonia almeno due aspetti: il carattere di mistero della morte, che va quindi trattata con solennità e rispetto (un mistero che ci accoglie, non che ci schiaccia); e il carattere collettivo di questo evento, che riguarda il defunto, la sua famiglia, ma anche tutto il genere umano. Il rito funebre ha la funzione di accompagnare chi è direttamente colpito dal lutto, e di preparare chi lo sarà in seguito, in un cammino che non è né privato né pubblico ma, appunto, collettivo e comune: dove pubblico è legato alla visibilità, mentre comune ha una valenza antropologica: ciò che riguarda l’essere umano in quanto tale. Benveniste fa risalire il termine ‘rito’ a una radice che indica “ordine”: oggi diremmo che il rito è un “dispositivo”, un’interfaccia che traduce il disordine e il caos (della morte come pura fine, nonsenso, disperazione o rassegnazione) in un ordine di significati elaborati collettivamente.

Il rito delle esequie si iscrive in quelli che Van Gennep, e più tardi Victor Turner, hanno definito “riti di passaggio”. Nei momenti di “transito” (da uno status a un altro, come nel matrimonio, o dalla vita alla morte) è importante che la fase compresa tra il distacco e il ritorno a una nuova normalità sia accompagnata, perché è la fase più delicata: quella dove ci si può perdere, dove nelle società più tradizionali si rischia di mettere a repentaglio l’ordine sociale, mentre nelle società “liquide” come la nostra si accresce il senso di caos, mancanza di significati, nichilismo. Le esequie cristiane non sono uno spettacolo, anche se utilizzano la ricchezza e pluralità di codici della liturgia. La dimensione rituale non ha solo una funzione consolatoria, ma è un medium-messaggio che iscrive l’evento inevitabile della morte in una cornice di senso che, se non cancella la tristezza e il senso di perdita di chi resta, li libera però dall’angusto orizzonte del non senso che genera angoscia e disperazione, o un vuoto che corrode la vita. E la dimensione collettiva, sostenuta da questo orizzonte di speranza, ha una funzione fondamentale perché il portare insieme il peso della sofferenza, il com-patire, il ricordare insieme la persona defunta come testimoni del suo passaggio sulla terra, l’aiutarsi a vicenda a raccogliere l’eredità di chi ci ha lasciato, sono tutte modalità non spettacolari, ma profondamente umane e umanizzanti di vivere la profonda congiunzione di vita e morte nelle nostre esistenze, e di prepararci con fiducia al passaggio verso una nuova vita.

Giorgio Nadali


Il Kama Shastra, la scienza sacra vedica del sesso

   Il Kamashastra è l’insieme dei testi sacri che riguardano il kama (amore), la sessualità e il godimento sensuale. Kama (amore) più shastra (insegnamento). Il Kamashastra, o scienza dell’erotismo, è attribuita al dio Prajapati, che l’ha trasmessa a Nandi, il toro del dio Shiva. Poi è passata a Svetaketu, a Sankha e a Babhravya. Quest’ultimo ha condensato la tradizione del Kamashastra in 150 capitoli suddivisi in sette adhikarana (sezioni) che formano la base della scuola sessuale induista. Gli adhikarana sono: principi generali, corteggiamento, unione sessuale, matrimonio, come rubare la moglie che appartiene ad altri uomini, le prostitute, le pozioni, i sortilegi, gli afrodisiaci, i mantra (preghiere), gli strumenti sessuali. I testi più importanti della Kamashastra sono il Kamasutra del monaco Vatsyayana (450 d.C.), l’Ananga-Ranga (“Teatro del dio dell’amore”) di Kalyanamalla (1460-1530 d.C.). Lo scopo di quest’ultimo non è quello di promuovere la promiscuità sessuale, ma l’armonia familiare (eccezione fatta per l’adhikarana che spiega come rubare le mogli degli altri). Altri importanti testi del Kamashastra comprendono il Kuttani-mata (“Lezioni di un ruffiano”) di Damodaragupta, il Samaya-matrika (“Il breviario della prostituta”) di Ksemendra, il Rati-rahasya (“Misteri della passione”) di Koka e il Pankasayaka (“Le cinque frecce”) di Jyotirisa (o Jyotirishvara). Esistono centinaia di testi popolari di Kamashastra nei quali le divinità indù si dilettano in varie posizioni sessuali come paradigmi per le prestazioni erotiche umane.

    «Gli uomini si dividono in tre classi: gli uomini lepre, gli uomini toro e gli uomini cavallo secondo la grandezza del loro lingam [pene]. Anche la donna, secondo la profondità della sua yoni [vagina], è una cerva, una giumenta o un’elefantessa. Da ciò segue che vi sono tre unioni uguali, cioè tra persone che si corrispondono in dimensione, e sei unioni inuguali, quando al contrario le dimensioni non si corrispondono. Si tratta dunque di nove casi in tutto: Uguali: Lepre/ Cerva, Toro/Giumenta, Cavallo/Elefantessa; Inuguali: Lepre/Giumenta, Lepre/Elefantessa, Toro/Cerva, Toro/Elefantessa, Cavallo/Cerva, Cavallo/Giumenta”. Così inizia la parte seconda del Kamasutra. Kama sta per piacere, amore, sesso, desiderio. Sutra sta per trattato. Le tre principali scienze umane indù sono le shastra: 1) Dharmashastra, la legge sociale, nota come Leggi di Manu o Manavadharmashastra. 2) La Arthashastra, la scienza politica e economica, attribuita a Kautilya. Un importante istituto universitario, il Chanakya Institute of Public Leadership basa i suoi insegnamenti proprio sulla Dharma Shastra indù per formare i suoi leader e manager. 3) Il Kamashastra, la scienza erotica. Le tre shastra rispecchiano i tre obiettivi della vita umana, i purushastra: (o trivarga): Kama (piacere sensuale, non solo sessuale), Dharma (legge morale) e Artha (Beni materiali). In sostanza sono la pietà (dharma), il profitto (artha) e il piacere (kama). Oppure “società, successo e sesso” o ancora “dovere, dominazione e desiderio».

Il Kamasutra (350 d.C.) non riguarda solo posizioni sessuali, ma anche pratiche indicazioni su come trovare un partner, commettere adulterio, mantenere il potere nel matrimonio, usare droghe e gestire cortigiane. Contiene anche dei geniali consigli di seduzione maschile, come ad esempio: «Strofinandosi con unguento tratto dalla pianta emblica myrabolans si acquista il potere di conquistare le donne a piacere» oppure: «Un osso di pavone o di iena, coperto d’oro e attaccato alla mano destra, rende simpatico un uomo», o ancora: «Mangiando polvere di nelumbrium speciosum, di loto azzurro e di mesna roxburghii, con burro chiarificato e miele, un uomo si rende piacevole». Sono presenti anche delle alternative tutte naturali al “Viagra” come: [l’uomo che vuole aumentare la sua potenza sessuale] «mescola del riso con uova di passero, poi, dopo aver fatto bollire il tutto nel latte, vi aggiunge del ghee [burro chiarificato] e del miele» oppure «latte zuccherato, radice della pianta uchchata, pepe, sciaba e liquerizia». Contiene anche pratici «consigli su come guadagnare denaro», come ad esempio: «Manterrà medici e ministri con qualche scopo». Le famose posizioni sessuali sono sessantaquattro, la maggioranza delle quali però richiede delle abilità acrobatiche.

La Kamashastra non si limita al Kamasutra, scritto da un monaco che viveva in assoluta castità, Mallanaga Vatsyayana. Altri importanti testi della scienza della passione sono: Il Ratirahasya o Kokashastra, scritto da Kokkaya (XIII sec. d.C.) dedicato al “come trarre il massimo dal sesso, goderselo e mantenere felice una donna”. Nei suoi quindici pachivede (capitoli) con ottocento versetti contiene pratici consigli sui baci, le donne straniere, sui tipi fondamentali di donne e sul “come guadagnare la fiducia di una ragazza”. Il “Rati” della parola Ratirahasya significa “fare l’amore” e occorre sempre ricordare che il ruolo della donna nel Kamashastra è sempre dominante. L’Anangaranga di Kalyanmalla (XVI sec. d.C.) contiene preoccupanti avvertimenti come «La donna di cui  i due piccoli alluci non toccano il suolo mentre cammina, perderà certamente il marito, e durante la sua vedovanza non sarà in grado di mantenere se stessa casta». Infine completano la libreria erotica del Kamashastra indù il Nagarasarvasva di Bhikshu Padamashri, il Pankasayaka di Jyotirishvara (XIV sec. d.C.) e il Ratiratnapradipika di Praudha Devaraja.

Giorgio Nadali


Le Beatitudini. 1. Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Chiariamo subito un equivoco. I poveri in spirito non sono i poveracci e il Cristianesimo non è una religione per “poveri” (in senso materiale). “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Matteo 5,3). I poveri in spirito sono gli  uomini e le donne che mettono la loro fiducia in Dio e non nelle cose, ma non significa che sono persone in miseria. La Regina dei poveri del Vangelo è Maria di Nazareth, la quale non viveva in miseria (come i lebbrosi o le vedove, ad esempio), secondo le condizioni sociali del suo tempo. Era molto umile. L’umiltà è la semplicità del cuore, non è la povertà materiale. È questa che rende “poveri in spirito”. C’erano ragazze molto più “povere” di lei materialmente  e non sono state scelte da Dio, ma Il Signore ha scelto Maria per la sua umiltà, per la sua “povertà di spirito”, appunto.  Il denaro e le cose materiali vanno usate (per il bene) e non adorate. I poveri del Vangelo sono coloro che non sono avidi di cose e di denaro o materialisti. Gesù grida “Guai a voi ricchi perché avete già la vostra consolazione” (Luca 6,24), ma non esalta né il pauperismo (la povertà materiale in quanto tale), né la lotta (politica) di classe. Sono i ricchi che si sentono autosufficienti rispetto a Dio. Il Signore ricorda che anche i ricchi potranno salvarsi (Marco 10,27). La ricchezza, e dunque la proprietà privata, non sono stigmatizzate, anche se sceglie (solo) alcuni e dà loro il consiglio evangelico della rinuncia ai beni materiali e al matrimonio. Desiderare denaro non vuol dire essere “avidi”. “Avido” è colui che ha una dipendenza patologica insaziabile (non sono in termini materiali, ma anche affettivi). Una persona con disponibilità economica non è per forza avida e materialista.

E’ vero che Gesù disse anche: “Guai a voi ricchi. E’ più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli” (Luca 18,25). Qui Gesù non sta condannando la ricchezza in quanto tale, che – se  onesta – non è affatto un male, a patto che sia aperta all’aiuto di chi ha bisogno. Con la ricchezza materiale si possono aiutare molte persone e dare lavoro agli altri, ad esempio. Si può promuovere l’arte che abbonda in molte chiese e nello stesso Vaticano, come è successo nei secoli da parte di facoltosi mecenati, anche se alcuni di loro lo facevano per lavarsi la coscienza (come per Enrico Scrovegni, che fece costruire a Padova la più preziosa cappella esistente). Con l’espressione “Beati i poveri in spirito” Gesù sta mettendo in guardia dalla ricchezza che può diventare un idolo che prende il posto di Dio. Non è la ricchezza che rende una persona cattiva. Ci sono poveri cattivi e ricchi buoni. Un mendicante che bestemmia Dio dalla mattina alla sera per la sua situazione, non è affatto un “povero del Vangelo”. La ricchezza materiale semplicemente amplifica ciò che una persona è già. Gesù non dice che ogni fedele deve fare il voto di povertà. Questo voto è riservato solo agli uomini e alle donne che sentono una speciale vocazione di consacrazione a Dio, anima e corpo.

Quanto alla povertà di Gesù… Viveva in un’epoca storica totalmente diversa. Qualsiasi cosa che noi oggi abbiamo sarebbe stata considerata un lusso a quel tempo. Gesù insisteva sulla povertà interiore, la sola che può mettere Dio al primo posto. Storicamente non era così  “povero” in realtà, almeno come intendiamo oggi la povertà. A suo tempo i più poveri erano i lebbrosi e le vedove. Gesù era un maestro itinerante e veniva da una famiglia di un artigiano (Giuseppe) che non era propriamente povera. Occorre distinguere dunque ciò che è destinato al culto, ciò che è opera d’arte, e cosa è veramente la povertà del Vangelo. I poveri in spirito non sono quindi coloro che hanno necessariamente il portafoglio vuoto, ma sono certamente coloro che hanno il cuore pieno di Dio.

Giorgio Nadali


Terroristi per Dio?

Una religione che crede in un unico Dio. La religione di Maometto. Le moschee e i minareti ammirati nel viaggio in Turchia o in cartolina. Donne velate. La Mecca e l’enorme cubo nero, la Kaaba.  Era ciò che ci veniva in mente sino a qualche anno fa, se qualcuno pronunciava la parola Islam.  Tutto è cambiato. Ed è peggio per tutti. Per noi, che viviamo le nuove angosce del nuovo millennio. Per gli onesti fedeli del Profeta della Mecca. Perché – è inutile nasconderlo – alzi la mano chi non ha mai associato alla parola terrorismo, la parola araba che significa sottomissione ad Allah. Islam, appunto.

Dall’undici settembre 2001 un’ospite sgradito si è aggiunto ai nostri viaggi… “arriveremo sani e salvi?” Nei nostri sguardi di sospetto per l’immigrato… “hai visto quello? E se…?” Ai nostri discorsi, forse non troppo evangelici… “io li rispedirei tutti al loro paese”. Si chiama angoscia. La sottile paura ingiustificata e indefinita. Una paura che porta a pensieri irrazionali, affrettati, ovviamente noncuranti del pregiudizio e in contrasto con i valori in cui crediamo. E’ il si salvi chi può. Scattano meccanismi ancestrali. I pensieri si rincorrono ed ecco, è il terrore. Ci alziamo una mattina, ed ecco, tredici bombe a Madrid. Tre stazioni colpite. Il più grave attentato in Europa dal dopoguerra. Treni di pendolari. Vite comuni, come la nostra. Gente che andava a lavorare. Come noi. Come quei poveretti a New York, Parigi, Bruxelles… Giunti in ufficio per morire. E se capitasse anche qui, anche ora? Meglio non pensarci. Apro il giornale e leggo: “Se gli infedeli vivono in mezzo ai musulmani secondo le condizioni stabilite dal Profeta, non c’è nulla di sbagliato, purché paghino la Jyzya, la tassa di sottomissione e che non    restaurino chiese e monasteri, che non ricostruiscano quelle distrutte… che non mostrino la croce”. Sono le parole dello sceicco Marzouq Salem Al-Ghamdi. Ed ecco che l’angoscia si accompagna alla collera. Altro che accoglienza. Il terrore scuote i nostri valori.

Mentre piangiamo la perdita di tanti innocenti e quella del nostro senso di sicurezza, alcune domande incominciano ad affiorare alla nostra coscienza. Dov’è Dio? Come può permettere tutto ciò? C’è un senso alla sofferenza? Dov’è la speranza? Come possono uccidere in nome di Dio? Qual è la risposta al terrorismo? Chi sono i fondamentalisti? Perchè questo fanatismo religioso che oggi semina morte?

Da una parte il fanatismo integralista può far leggere diversi versetti della scrittura sacra islamica, il Corano,  come un invito alla violenza. Ad esempio: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero [Maometto] hanno dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati.” (Sura della Coversione  “at-Taubah” IX, 29). Dall’altra la tiepidezza della fede cristiana in Occidente e l’appannamento dei nostri valori può essere un terreno fertile in chi ci vede come odiati infedeli.

Bisogna ammetterlo. Essere occidentali oggi vuol dire essere odiati da gruppi radicali del fanatismo religioso, soprattutto islamico. Perché? La risposta è complessa e coinvolge storia, cultura, politica e psicologia. Certo, la maggioranza dei musulmani deplora il terrorismo. Gli estremisti rappresentano l’Islam come i fanatici del Ku Klux Klan, in America, con le loro croci infuocate e le idee di supremazia bianca rappresentano il Cristianesimo. Per nulla, appunto. Anche se, decise e chiare prese di posizione contro il terrorismo si fanno un po’ desiderare negli ambienti islamici. Ma forse il coraggio, se uno non ce l’ha non se lo può dare da solo. Ma è importante capire che come il terrorismo odierno viene in larga parte dal fanatismo religioso, solo il confronto con i veri fondamenti della religione potranno sconfiggerlo. Molto può fare un leader spirituale. Predicando la tolleranza, o viceversa fomentando l’odio. Non esiste la parola fondamentalismo nell’Islam. E’ una parola che nasce in ambiente protestante negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso. Oggi i gruppi radicali islamici odiano l’Occidente perché lo vedono come minaccia e un ostacolo a quella che essi chiamano khilafah, cioè l’espansione e la progressiva islamizzazione di tutto il mondo. Un mondo diviso in due partiti”. Il partito di Dio (l’Islam) e il partito del diavolo (l’Occidente), ma anche gli stessi fratelli islamici non radicali. Certo, sono in netta minoranza rispetto ai fedeli pacifici, ma possono fare molto male. La cosa che forse più ci sconvolge è che tutto questo sangue innocente viene fatto scorrere in nome di Dio. “Se Dio vorrà, ci saranno altri attacchi” hanno scritto i terroristi di Al Qaeda nella rivendicazione dell’attentato di Madrid. In realtà simili paranoie non sono una novità. I nazisti proclamavano “Gott mit uns”: “Dio è con noi”.

Quale dunque l’atteggiamento corretto che dovremmo avere? Vale la pena ricordare che per un cristiano Dio veglia continuamente sul mondo. E’ semplice, ma rassicurante. 1Cronache 29:11 Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo. Signore, tuo è il regno; tu ti innalzi sovrano su ogni cosa. 2Timoteo 1:7 Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. 1Maccabei 2:62 Non abbiate paura delle parole dell’empio, perché la sua gloria andrà a finire ai rifiuti e ai vermi; Matteo 10:28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. 1Pietro 3:12 perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male. 1Pietro 5:6-7 Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.

“Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!” (Giobbe 19,7)

Perché dunque il male? Abbiamo delle colpe? Perché Dio permette simili orrori? S. Agostino scriveva: “Dio non permetterebbe il male se non fosse abbastanza potente da trarne un bene”. Ma l’obiezione di Ivan Karamazov, nel celebre romanzo di Dostojewski, resta per molti il più grande ostacolo alla fede in un Dio d’amore: ci si può fidare di Dio in un mondo dove i bambini muoiono dilaniati da bombe collocate nel suo nome? Se Dio è buono come può permettere la sofferenza degli innocenti?  Testimone della ricerca spirituale lungo i secoli, la Bibbia stessa è alle prese con questa domanda. I salmi ci presentano lo smarrimento dei fedeli di fronte alla felicità dei malvagi e all’infelicità dei giusti: “Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani,  poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina… Ma io a te, Signore, grido aiuto, e al mattino giunge a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?” (Salmi 72,13-14 ; 87,14-15). Il primo innocente che incontriamo nelle pagine della Bibbia è Abele, ingiustamente ucciso da suo fratello Caino. Nella Bibbia il sangue è la vita e questa vita annientata dalla malvagità umana ritrova paradossalmente una voce. Il suo grido giunge fino a Dio e provoca il suo intervento. Questa stessa dinamica è presente nella storia della salvezza nel racconto dell’Esodo. Quel che fa scendere Dio sulla terra non è qualche atto di prodezza o di dedizione da parte degli uomini, ma piuttosto il grido che nasce dalla  loro oppressione. Con i profeti, si fa un ulteriore passo in avanti. Essi sperimentano nella loro carne che Dio, l’Innocente per eccellenza, è rifiutato da un popolo che si crede autosufficiente. Nel Nuovo Testamento, donando la sua vita fino in fondo, Gesù condivide la sorte di tutte le vittime innocenti e così assicura che la loro pena non è stata vana. Porta lel oro sofferenze all’interno della sua relazione col Padre, e noi abbiamo la certezza che questa sofferenza non va perduta. Essa porta alla scomparsa dell’antico ordine mondiale segnato dall’ingiustizia, e all’apparizione “di nuovi cieli e di una nuova terra, dove la giustizia abiterà” (2 Pietro 3,13).

Ecco la risposta definitiva  per un cristiano, Lungi dal tollerare anche solo per un momento la sofferenza degli innocenti, nel suo Figlio, Dio beve con noi quel calice amaro e così facendo lo trasforma in una coppa di benedizione per tutti. E a coloro che credendo di lodare Allah, come terroristi nel suo nome, lasciamo le parole del Corano:

“Hai ucciso un incolpevole, senza ragione di giustizia? Hai certo commesso un’azione orribile”. (Sura XVIII,74).

Giorgio Nadali


Le opere di misericordia corporale 1. Visitare gli infermi

“Perfino essere malato è piacevole quando sai che ci sono persone che aspettano la tua guarigione come una festa” – diceva Anton Checov. “Mi avete visto malato e siete venuti a visitarmi” (Matteo 25,43) diceva Gesù. L’assistenza agli infermi e il volontariato con i disabili è una grande opera di carità cristiana. Sicuramente “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pietro 4,8). 27 sono le volte in cui la parola malattia è presente nella Bibbia, 7 la parola infermi, 8 la parola guarigione. Infinite sono invece le possibilità che abbiamo di mettere in pratica quest’opera di misericordia corporale. A parte la visita ad amici e parenti ammalati, l’opera di carità si svolge soprattutto verso coloro che no hanno legami con noi, ma attendono un sorriso e un po’ del nostro tempo per alleviare le sofferenze di una malattia. Sono infatti oltre 6 milioni le  persone che in Italia ogni giorno si mettono a disposizione degli altri e donano il proprio tempo (indagine Istat, CSVnet e Fondazione volontariato e partecipazione). Secondo una recente indagine del Quotidiano della Sanità, sette italiani su dieci dichiarano di stare bene. Meglio gli uomini delle donne. Ma quasi il 40% ha una malattia cronica. Il 71,1% degli italiani dichiara di essere in buona salute. In prevalenza si tratta di uomini (75,3%) mentre sembrano trovarsi in condizioni peggiori le donne che fanno registrare un dato fermo al 67,1%. Il 38,6% soffre di almeno una malattia cronica, per lo più ne sono affette le donne (41,4%). Il 43,2% dei malati cronici ritiene di essere in condizioni di buona salute. Anche in questo caso si nota una rilevante differenza di genere: gli uomini  a descriversi in questa situazione sono infatti il 49,3% a fronte del 38,3% delle donne. Le patologie più diffuse sono l’artrite (16,7%) e l’ipertensione (16,4%). La maggior parte delle persone che si definiscono in buona salute vivono a Bolzano (84,2%). Chi invece soffre di una o più malattie croniche risiede in prevalenza  in Umbria (42%), Abruzzo (23,4%) e Basilicata (23,4%). Il maggior numero di persone ipertese si trova in Abruzzo (18,5%) e, infine, la prevalenza delle persone che soffrono di artrite risiede in Basilicata (20,7%).  Analizzando il trend storico degli ultimi 12 anni si può notare come il numero di diabetici ed ipertesi sia costantemente cresciuto passando, rispettivamente, dal 3,9% al 5,5% e dal 11,8% al 16,4%. Dato in controtendenza quello delle persone con artrosi, in questo caso il 19,3% registrato nel 2001 è sceso fino al 16,7% rilevato nel 2012.

Tra le categorie professionali, la maggioranza degli individui in buona salute rientra tra gli studenti (94%), mentre il 76,4% dei pensionati soffre di almeno una malattia cronica. Il 39,1% degli italiani ha fatto ricorso a farmaci negli ultimi 2 giorni prima dell’intervista. La maggior parte di questi (43,5%) sono donne, mentre gli uomini si fermano al 34,5%. L’indagine Istat evidenzia come nei 3 mesi precedenti le interviste sono stati effettuati 2,025 milioni di ricoveri. In media ogni 1.000 persone ne sono state ricoverate 33,5. Ma vi sono differenze di genere. Se ogni 1.000 uomini ne sono stati ricoverati 29,1, per le donne il numero sale 37,7. Da evidenziare anche come tra gli uomini con un età superiore ai 70 anni i ricoveri sono molto maggiori rispetto a quelli delle donne nella stessa classe di età. Dal lato territoriale non sussistono particolari differenze tra le varie aree del Paese. Per quanto riguarda le giornate di degenza esse sono state 14,257 milioni con una media di degenza di 7 giorni (uomini 7,5 giorni in media, donne 6,7 giorni in media). A livello territoriale la media più alta di giornate di degenza si registra al Nord ovest con 7,8 giorni di degenza in media contro i 7,3 del Nord est, i 6,9 del Sud, i 6,6 del centro e i 5,9 delle isole. La Regione con la media più alta di giornate di degenze è il Veneto con 8,8 giorni, mentre quella con la media più bassa è l’Umbria con 5,4 giorni in media.

Tra le grandi occasioni di carità cristiana per “Visitare gli infermi” vi sono decine di associazioni di croci di pronto soccorso. Con un corso dai tre ai sei mesi e la disponibilità di una sera ogni dieci giorni è possibile aiutare tante persone che purtroppo hanno bisogno del soccorso di un’autoambulanza. Alla sera, di notte e nei festivi sono tutti volontari.

Per i disabili da notare la Fondazione Sacra Famiglia, il Piccolo Cottolengo Don Orione e la Fondazione Don Gnocchi.

Una grande associazione è la AVO, Associazione Volontari Ospedalieri. Il loro motto è ”Dai poco se doni la tua ricchezza. ma se doni te stesso, tu doni veramente”. L’Associazione Volontari Ospedalieri, rappresenta una delle più importanti e riconosciute realtà nel settore del volontariato socio-sanitario: può fare parte di questa associazione chiunque abbia il desiderio di mettere al servizio degli ammalati degenti negli ospedali parte del proprio tempo. Nata nel 1975, AVO di Milano si è presente in tutte le più importanti strutture ospedaliere, grazie all’impegno e alla dedizione di oltre 1.000 volontari. L’associazione è inoltre estesa su tutto il territorio nazionale, con 217 sedi riunite nella Federavo: in totale si contano circa 27.000 volontari.

Per assistere con un po’ del proprio tempo i bimbi in ospedale c’è l’ABIO. I volontari ABIO sono persone che ogni giorno offrono gratuitamente il loro aiuto. Accoglienza, gioco, ascolto, attenzione ai bisogni e collaborazione con il personale sanitario sono le parole che contraddistinguono il servizio ABIO. A ciascun volontario è chiesta la disponibilità a garantire un turno fisso di mezza giornata ogni settimana, oltre alla partecipazione alle riunioni di reparto e alla vita dell’Associazione e del gruppo.

Giorgio Nadali

 

 


3° Congresso Internazionale di Medicina Ayurvedica

Dal 16 al 19 settembre 2016 al Grand Hotel Villa La Torretta di Sesto S.Giovanni (Milano) si svolge il 3° Congresso Internazionale di Medicina Ayurvedica. L’evento, organizzato da Ayurvedic Point, si articola in diversi ambiti: Congresso AYURVEDA: Il senso della vita, riservato a professionisti e ricercatori, con ospiti esperti di fama internazionale; 3° meeting internazionale di INDRA, il Network mondiale per lo sviluppo e la ricerca su Ayurveda; Simposio Satellite sul Business and Regulatory Development in Ayurveda, incentrato sul rapporto tra industria e scienza; Pre-Congress Workshop, con 3 appuntamenti teorico-pratici; AYURVEDA PER TUTTI, con area espositiva, incontri e laboratori a ingresso libero sui principi dell’Ayurveda.

Redazione


Dajjal, l’anticristo islamico

L’anticristo non è un’esclusiva cristiana. Secondo varie tradizioni islamiche i musulmani credono che il Dajjal sarà ebreo. Il titolo del libro di un autore musulmano, Matloob Ahmed Qasmi  è Emergence of Dajjal, the Jewish king (“L’emergenza del Dajjal, il re giudeo”). L’imam Sheikh Ibrahim Madhi dell’Autorità palestinese ha dichiarato in un sermone teletrasmesso il 12 aprile 2002 nella moschea Sheikh ‘Ijlin di Gaza che «gli ebrei attendono il falso messia, mentre noi attendiamo con l’aiuto di Allah il Mahdi e Gesù, pace sia su di lui. Le mani pure di Gesù uccideranno il falso messia giudeo. Dove? Nella città di Lod, in Palestina. La Palestina sarà, come nel passato, la tomba per gli invasori». Lo studioso di escatologia Islamica Samuel Shahid sostiene che il Dajjal sarà l’incarnazione della speranza giudaica”. I seguaci del Dajjal saranno principalmente ebrei e donne, perché queste ultime sono ignoranti e facilmente manovrate. Secondo Sidheeque M.A. Veliankode «le donne cadranno nella devianza dell’Anticristo per la loro ignoranza dell’Islàm».

L’Anticristo esiste anche nell’Islàm col nome di Al-Masih (il messia) ad-Dajjal (l’ingannatore). Secondo Maometto è l’ultimo di una serie di trenta Dajjal, cioè falsi profeti. Questo individuo apparirà in Siria o in Iran e viaggerà per diffondere la sua falsità, ma non potrà entrare nelle città sacre di Mecca e Medina. Il profeta Gesù Cristo (Isa) tornerà e il Dajjal radunerà un esercito di settantamila seguaci e farà guerra a Cristo, il quale sarà accompagnato da un esercito di giusti. Secondo gli hadith (detti di Maometto) i segni che annunceranno la sua venuta sono:

 

La gente smetterà di pregare

La disonestà sarà uno stile di vita

La falsità sarà una virtù

La gente ipotecherà la fede per ottenere benefici terreni

L’usura e la corruzione saranno legittime

Gli imbecilli domineranno sui saggi

Sarà sparso il sangue degli innocenti

L’onore sarà interpretato come atto di oppressione

I legislatori saranno corrotti

Gli studiosi saranno ipocriti

Ci sarà una grande carestia

Non vi sarà senso di vergogna

Molte persone adoreranno Satana

Non ci sarà rispetto per gli anziani

 

Il Dajjal è cieco da un occhio, ha la parola infedele (kaafir) scritta tra gli occhi in mezzo alla fronte, ma questa parola sarà percettibile solo ai veri musulmani. Avrà poteri miracolosi diabolici di mascherare la verità, dichiarerà di essere Gesù Cristo e di essere di natura divina. Secondo Abu Ameenah Bilal Phillips il Dajjal dirà di essere Dio. Dato che il Dajjal è un falso messia giudaico che afferma di essere Dio, la maggioranza dei musulmani pensa che il Dajjal affermerà di essere Gesù Cristo. Lo studioso islamico Ali Ibn Zubair Ali sostiene che il Dajjal «viaggerà a grande velocità e il suo mezzo di trasporto sarà un mulo gigante. Egli viaggerà in tutto il mondo». Per strano che appaia, vi è una somiglianza con Cristo che entra a Gerusalemme a dorso di un asino. Il  Dajjal risparmierà solo tre città: Mecca, Medina e Damasco. I musulmani sono incoraggiati a trovare rifugio dal Dajjal in queste città. A parte queste tre città il Dajjal entrerà in tutte le città e villaggi del mondo per mettere alla prova ogni essere umano. Vi è però un rimedio. I musulmani sanno che memorizzare una particolare parte del Corano li metterà comunque al riparo dal Dajjal, come un amuleto. Sono alcuni versetti della diciottesima sura (capitolo) della caverna – Surat al Kahf – contenuta nel Corano. Chiunque sappia a memoria gli ultimi versi della Surat al Kahf avrà luce nel giorno del giudizio.

Il Dajjal apparirà prima del giorno del giudizio con le quattro prove elencate nella Surat al Kahf: Chiederà di essere adorato al posto di Allah (Prova di fede), Gli sarà dato potere di iniziare/terminare la pioggia e di tentare con il benessere. (Prova del benessere). Metterà alla prova con la conoscenza e le notizie che lui darà. (Prova della conoscenza). Controllerà enormi parti della Terra. (Prova del potere).

Per sopravvivere a queste terribili prove del Dajjal occorrono sei cose: Buona compagnia. Recitare il versetto ventotto: «E persevera insieme con coloro che invocano il loro Signore il mattino e la sera, desiderando il Suo Volto. Non vadano oltre loro i tuoi occhi, in cerca degli agi di questa vita. Non dar retta a colui il cui cuore abbiamo reso indifferente al Ricordo di Noi, che si abbandona alle sue passioni ed è oltraggioso nel suo agire». Conoscere la verità della parola di Allah. Recitare il versetto quarantacinque: «Proponi loro la metafora di questa vita: è simile a un’acqua che facciamo scendere dal cielo; la vegetazione della terra si mescola a essa, ma poi diventa secca stoppia che i venti disperdono. Allah ha potenza su tutte le cose». Umiltà. Recitare il versetto sessantanove: «Disse [Mosè]: “Se Allah vuole sarò paziente e non disobbedirò ai tuoi ordini”». Sincerità. Recitare il versetto 110: « Di’: “Non sono altro che un uomo come voi. Mi è stato rivelato che il vostro Dio è un Dio Unico. Chi spera di incontrare il suo Signore compia il bene e nell’adorazione non associ alcuno al suo Signore”». Chiamare Allah. Recitare il versetto ventisette: «Recita quello che ti è stato rivelato del Libro del tuo Signore. Nessuno può cambiare le Sue parole e non troverai, all’infuori di Lui, alcun rifugio». Ricordare l’aldilà. Recitare i versetti 47-49: «Nel Giorno in cui faremo muovere le montagne vedrai la terra spianata e tutti li riuniremo senza eccezione. Compariranno in file schierate davanti al tuo Signore: “Eccovi ritornati a Noi come vi creammo la prima volta. E invece pretendevate che mai vi avremmo fissato un termine?” E vi si consegnerà il Registro. Allora vedrai gli empi, sconvolti da quel che contiene. Diranno: “Guai a noi! Cos’è questo Registro che non lascia passare azione piccola o grande senza computarla!”. E vi troveranno segnato tutto quello che avranno fatto. Il tuo Signore non farà torto ad alcuno». Per scampare al Dajjal è utile anche conoscere a memoria tutti i novantanove nomi di Allah. «Ad Allah appartengono novantanove nomi – cento meno uno – non li memorizza se non colui che entrerà nel Paradiso. In verità Lui è l’Impari, ama le cose dispari» (Bukhari 6410). Il primo è Ar-Rahmân, Il Misericordioso. Il novantanovesimo è As-Sabûr, Il Paziente. «Secondo lo studioso arabo cristiano Samuel Shahid il Dajjal sarà l’incarnazione della speranza e attesa giudaica e il grosso del suo esercito sarà reclutato tra gli ebrei, ma il Gesù islamico ucciderà il Dajjal e i suoi seguaci. I musulmani attendono due Gesù, uno vero e uno falso. Il Gesù islamico sarà identificabile dal fatto che non gli piacciono gli ebrei e si aspettano che li attacchi e li uccida. Il falso Gesù è identificabile dal fatto che difenderà gli ebrei. I musulmani aspettano che il Gesù islamico con il suo capo – il Mahdi – attacchi Israele.

Giorgio Nadali

 

 

 

 

 

 

 


In arrivo una superonda: La profezia di un mistico bulgaro

Solo pochi giorni prima della sua morte il 27 dicembre 1944, il noto mistico bulgaro Peter Deunov ebbe una visione che lo indusse a raccontare una profezia di quello che era in serbo per la razza umana nel secolo che doveva seguire. Deunov, noto ai bulgari anche col suo nome spirituale Beinsa Douno, era un filosofo, un musicista e un maestro spirituale che aveva sviluppato una forma di cristianesimo esoterico. Curiosamente, la sua profezia anticipava in grande dettaglio il concetto di Superonda, che predisse avrebbe purificato la Terra in un futuro molto prossimo e non solo avrebbe comportato un’enorme trasformazione geologica, ma anche cambiato spiritualmente il mondo, portando in essere una nuova razza umana, la “sesta razza.”

Si farebbe bene a leggere la sua sorprendente profezia che è legata a questo documento di quattro pagine, che è un adattamento scritto da Olivier de Rouvroy – Settembre 2003: PDF – http://tinyurl.com/jf5s8td In alternativa, per una sinossi si può anche vedere il seguente video di YouTube che racconta un po’ della vita di Deunov e narra i punti salienti della sua profezia sulla superonda/trasformazione umana.

Peter Deunov inizia la sua profezia con un riferimento preciso all’arrivo di una Superonda galattica. Egli afferma:

 

“… Ognuno sarà presto soggiogato dal fuoco divino, che purificherà e preparerà tutti per quanto riguarda la Nuova Era.

Alcuni decenni passeranno prima che arrivi questo Fuoco, che trasformerà il mondo portando una nuova morale. Questa immensa onda proviene dallo spazio cosmico e inonderà tutta la terra. Tutti coloro che tenteranno di opporvisi verranno portati via e trasferiti altrove.

Anche se gli abitanti di questo pianeta non si trovano tutti allo stesso grado di evoluzione, la nuova ondata sarà sentita da ciascuno di noi. E questa trasformazione non toccherà solo la Terra, ma l’insieme di tutto il Cosmo.”

In seguito si riferisce a sconvolgimenti terrestri che indicano il verificarsi di effetti climatici e sismici enormi. Egli afferma:

“Ci saranno inondazioni, uragani, incendi e terremoti giganteschi che spazzeranno via tutto. Il sangue scorrerà in abbondanza. Ci saranno rivoluzioni; terribili esplosioni risuoneranno in numerose regioni della Terra. Là dove c’è la terra, verrà l’acqua, e dove c’è l’acqua, verrà la terra.”

Più avanti si riferisce alle onde di “elettricità cosmica” (elettroni dei raggi cosmici?), che spazzeranno la Terra. Infatti, la componente principale di una Superonda sarebbero i suoi elettroni di raggi cosmici. Qui egli indica una scarica in corso:

“La Terra sarà presto spazzata da ondate straordinariamente rapide di Elettricità Cosmica. Qualche decennio da ora gli esseri malvagi che deviano gli altri non saranno in grado di sostenere la loro intensità.”

Deunov menziona anche che il nostro sistema solare sta attualmente attraversando una malsana regione polverosa di “spazio contaminato” chiamato “zona 13”, che è stata lasciata dalla distruzione di una costellazione (o stella?):

“Il nostro sistema solare sta ora attraversando una regione del cosmo dove una costellazione che fu distrutta ha lasciato il segno, la sua polvere. Questo attraversamento di uno spazio contaminato è fonte di avvelenamento, non solo per gli abitanti della Terra, ma per tutti gli abitanti degli altri pianeti della nostra galassia. Soltanto i soli non sono influenzati da questo ambiente ostile. Questa regione è chiamata “la tredicesima zona”; si chiama anche “la zona delle contraddizioni”. Il nostro pianeta è racchiuso in questa regione da migliaia di anni, ma finalmente ci stiamo avvicinando all’uscita di questo spazio di oscurità e siamo sul punto di raggiungere una regione più spirituale, in cui vivono gli esseri più evoluti.”

Infatti, proprio come egli profetizza, il sistema solare per un lungo periodo di tempo, forse per gli ultimi 3 milioni di anni, ha attraversato il bordo dei resti di una supernova, lo Sperone Polare settentrionale, una nuvola di polvere e gas risultante dall’esplosione di una stella molti milioni di anni fa. Gli astronomi ammettono la presenza di nubi di polvere in contatto coi bordi del nostro sistema solare. Anche la maggior parte delle comete di lungo periodo che entrano nel sistema solare, che molti sostengono provenire dalla nube di Oort, in realtà fanno parte di questo campo di detriti interstellari e stanno entrando a causa del passaggio del Sole attraverso tale zona. Secondo la teoria della Superonda che ho avanzato nel 1983, la presenza di questa polvere nelle vicinanze è responsabile del motivo per cui la Terra ha attraversato una serie di ere glaciali negli ultimi 3 milioni di anni. Per milioni di anni prima di allora, non abbiamo avuto glaciazioni perché non eravamo entrati in questa zona polverosa. Per ulteriori informazioni, il libro Earth Under Fire – Il codice dell’Apocalisse.

Come afferma anche Deunov, questa regione polverosa è un pericolo per molti sistemi solari nel nostro vicinato galattico. Il residuo di supernova NPS si ritiene situato a circa 400 ± 200 anni luce dal sistema solare e avere un diametro di 370 ± 230 anni luce, influenzando così centinaia di migliaia di sistemi stellari. La sua tesi che si tratta di una fonte di avvelenamento è confermata anche dalla mia ricerca sui ghiacci polari. Come ho descritto nel mio articolo recentemente pubblicato in Advances in Space Research, nel corso delle ultime centinaia di migliaia di anni, il nostro pianeta è stato sottoposto all’ingresso continuo di particelle di polvere interstellare ricche di stagno e di piombo. Uno di questi eventi particolarmente pericoloso, avvenuto circa 49.000 anni fa, ha causato un aumento di centomila volte nel tasso di afflusso di polvere cosmica, ha prodotto un raffreddamento climatico globale, e aumentato i livelli di piombo nelle acque piovane di 10 volte superiore al limite massimo di rischio per la salute previsto dall’EPA. Queste particelle di polvere ricca di stagno entrano tutt’ora in piccole quantità nella nostra stratosfera, e secondo un gruppo di ricerca guidato dal Dr. Abbott di Lamont Doherty, un afflusso di polvere ricca di stagno e di nichel si è verificato di recente, nel 536 d.C., causando un modesto raffreddamento climatico e l’oscuramento del sole per uno o due anni. La previsione di Deunov che stiamo per lasciare questa regione pericolosa è davvero una buona notizia.

Ciò che è veramente sorprendente è che Peter Deunov ebbe questa visione nel 1944, ben prima che si sapesse qualcosa su galassie attive ed esplosioni del nucleo galattico. La maggior parte della ricerca sulle quasar e le esplosioni di raggi cosmici ha avuto inizio nel 1960 e ancora negli anni ’70 non tutti gli astronomi erano convinti che il nucleo della Via Lattea fosse già stato oggetto di esplosioni. Di fatto, tali nozioni astronomiche erano fondamentali per la formulazione della mia teoria della Superonda Galattica, anche se nel mio caso sono stato portato a esaminare da vicino le prove e a formulare questa teoria sulla base del messaggio di una “capsula temporale” che è codificato nel folklore relativo alla nostra costellazione e inviato a noi da una civiltà preistorica. Anche un messaggio che viene trasmesso da radio pulsar mi ha aiutato a giungere a questa idea. Al momento della mia prima ricerca, non sapevo nulla della profezia di Deunov o dell’interpretazione di Ray Stanford della profezia di Fatima, che  pure ha trasmesso informazioni rilevanti. La profezia di Deunov inoltre precede ciò che è stato poi scoperto sullo Sperone Polare settentrionale e sulla presenza di nubi interstellari vicino al sistema solare. Le osservazioni astronomiche che sono state fatte dopo la profezia di Deunov e la mia ricerca sulle carote di ghiaccio polari sulla natura della polvere interstellare ricca di stagno depositata durante l’ultima era glaciale chiaramente convalidano quello che egli ha detto.

La profezia di Deunov entra anche nel merito di interessanti dettagli sull’evoluzione dell’umanità attraverso questo evento, sul modo in cui influenzerà la coscienza delle persone, e su quali saranno le caratteristiche spirituali degli abitanti della Terra che sopravviveranno a questo evento.

Paul A. LaViolette

 

Per ulteriori informazioni sulla teoria della Superonda consultate i messaggi su questo sito, così come i seguenti libri: Galactic Superwaves and Their Impact on Earth e Earth Under Fire – Il codice dell’Apocalisse.

(Fonte: etheric.com, 11 febbraio 2016; http://tinyurl.com/jk4zgmz)

Per gentile concessione di Nexus Edizioni