Vimana. Il disco volante sacro

UFO religiosi? Sì. Il vimana è un oggetto volante meccanico, descritto in diversi antichi testi induisti. Si parla dei vimana nelle guerre mitologiche descritte nei testi sacri Mahābhārata e Ramayana. Secondo i testi sacri, i vimana sono in grado sia di volare nell’aria, nello spazio e anche sott’acqua. Rimane ovviamente il mistero di come testi così antichi potessero concepire le attuali tecnologie moderne. Il Ramayana è del II secolo a.C. e il Mahābhārata è del IV secolo a.C. Negli antichissimi testi induisti – i Veda – sono citati diversi tipi di vimana, con forme e dimensioni varie, tra cui i agnihotra-vimana, (“agni = fuoco”) con due motori  e il gaja-vimana, con più di due (“gaja” = elefante).

Il Vaimanika Shastra è un manuale che spiega come pilotare un vimana e le sue caratteristiche tecniche. Sono anche descritte altre tipologie: il Martin pescatore, l’ibis, e altri animali. La parola vimana deriva da vi-mana, cioè “Luogo di cui sono state prese le misure”. La parola ha anche il significato di tempio Indù. La parola vimana dall’unione di “vi” (“uccello”) e “mana” (“abitato”). Nelle ultime scritture sono descritti altri veicoli volanti, e qualche volta sono fatti riferimenti poetici persino a veicoli terrestri. In alcune lingue moderne indiane, la parola vimana è usata per indicare un aeroplano.

Anche nel libro Buddhista Vimanavatthu («Storie di Vimana») si usa la parola “vimana”, che indica un breve testo usato come ispirazione o un sermone buddhista. Il Vaimanika Shastra scritto nel 1918 («Scienza dell’Aeronautica») è un testo che spiega come costruire le macchine volanti vimana descritte nei testi sacri, anche se le strutture descritte sono in realtà piuttosto anti aereodinamiche, tranne il rukma vimana.

La velocità della luce è di 299.792,458 km/secondo. Una scoperta dell’astronomo inglese James Bradley nel 1728. Tuttavia un testo sacro – il Vishnu purana – del I secolo a.C. già la conosceva! Nel testo in antico sanscrito nimisha significa ciò che lampeggia come il batter di ciglia e Nimisharda è utilizzato per rappresentare la luce perché viaggia “in un batter d’occhio”. L’unità di distanza è chiamata Yojana è definita nel capitolo sei del libro uno del testo antico vedico Vishnu purana come segue: 4 Gavyútis = 1 Yojana = 9,09 km. Il valore della velocità della luce sulla base del valore di 2.202 yojana in 1/2 nimesa = 2.202 per 9.09 miglia per 0.1056 secondi = 20.016,18 miglia per 0.1056 secondi = 189.547 km/secondo. Il valore si avvicina a quello della scienza moderna.

Giorgio Nadali


La magia della “Santosha”. L’accettazione

Santosha, a volte scritto Santosa, è una parola combinazione in sanscrito, derivato da SAM (सं, सम्) e Tosha (तोष, तुष्, Tush). Sam significa “tutto”, “tutto” o “del tutto”,  e Tosha, “appagamento”, “soddisfazione”, “accettazione”, “essere confortevole”.  In combinazione, la parola Santosha significa “completamente contenuti con o soddisfatti, accettando e confortevole “. Altre parole basate sulla radice Fiducia (तुष्टः), come ad esempio Santusht (सन्तुष्ट) e Tushayati (तुष्यति) sono sinonimo di Santosha, e si trovano in antichi e medievali dell’epoca testi indiani.

Isaacs traduce Santosha come “contentezza, accettando le proprie circostanze”. Woods la descrive come mancanza di trsna (तृष्णा, desiderio) e desiderare ciò che è necessario per la propria vita (versi II.42 e II.32 dello Yoga Sutra). Altri lo definiscono come un atteggiamento di contentezza, uno di comprensione e di accettare se stessi e il proprio ambiente e le circostanze come sono, uno stato spirituale necessario per l’ottimismo e lo sforzo per cambiare il futuro. Bhatta definisce la Santosha come appagamento interiore, uno stato di pace interiore.

Lo Yoga Darshana, che include il commento di Rishi Vyasa su Yogasutra di Patanjali, definisce la contentezza come lo stato interno dove, “esiste una mente gioiosa e soddisfatta a prescindere dal proprio ambiente, indipendentemente dal proprio stato attuale di piacere o dolore, finanziario, successo o disprezzo, fallimento, simpatia o odio”.

Redazione


I segreti della Santa Pasqua

Pasqua ebraica 2016 – 23 aprile (14 nisan 5776)

Il termine Pesach appare nella Torah”. Dio annuncia al popolo di Israele, schiavo in Egitto, che lui lo libererà, egli dice: “In questa notte io passerò attraverso l’Egitto e colpirò a morte ogni primogenito egiziano, sia fra le genti che tra il bestiame”

Prima dell’inizio della festività gli ebrei eliminano da casa ogni minima traccia di lievito e qualsiasi cibo che ne contenga (questo viene indicato con il termine chametz). Questa tradizione viene chiamata “bedikat chametz”. Durante tutto il periodo della festività non viene consumato cibo lievitato sostituendo il pane, la pasta e i dolci con le “matzot” ed altri cibi appositamente preparati.

I 15 comandamenti (miztvòt)  ebraici della Pasqua

406-56P – Si mangi l’agnello pasquale durante la notte stessa. – Es. 12:8

407-57P – Si macelli il secondo sacrificio di Pesach nel 14 di Iyar. – Num. 9:2-11

408-58P – Si mangi l’agnello di Pesach con pane azimo e erbe amare nella notte del 15 di Nisan. – Es. 12:8

409-116N – Non lasciare nulla del sacrificio di Pesach sino alla mattina successiva. – Num. 9:11

410-125N – Non mangiare il pasto di Pesach crudo o bollito. – Es. 12:9

411-123N – Non consumare il cibo pasquale al di fuori dei confini della tua casa. – Es. 12:46

412-128N – L’apostata non mangi il pasto di Pesach. – Es. 12:43

413-126N – Il lavoratore non ebreo assunto permanentemente o stagionale non ne mangi. – Es. 12:45

414-127N – Il maschio non circonciso non ne mangi. – Es. 12:48

415-121N – Non rompere alcun osso del sacrificio di Pesach. – Es. 12:46

416-122N – Non rompere alcun osso neppure dal secondo sacrificio di Pesach. – Num. 9:12

417-117N – Non lasciare avanzi del pasto di Pesach sino alla mattina successiva. – Es. 12:10

418-119N – Non lasciare avanzi del pasto di Pesach shenì (seconda occasione pasquale, a un mese lunare dalla prima) sino alla mattina successiva. – Num. 9:12

419-118N – Non lasciare nulla delle offerte festive del giorno 14 sino al giorno 16 (Nisan) – Deut. 16:4

420-53P – Visita il Tempio a Pesach, Shavuot e Sukot. – Deut. 16:16

la Pesach è una festività felice che viene solitamente trascorsa in famiglia. La prima notte, in particolare è la più importante. Durante le prime due sere si usa consumare la cena seguendo un ordine particolare di cibi e preghiere che prende il nome di seder, parola che in ebraico significa per l’appunto ordine. Durante il quale si narra l’intera storia del conflitto con il faraone , delle 10 piaghe e della fuga finale seguendo il racconto della Haggadah di Pesach. Tradizionalmente è il bimbo più piccolo della casa che chiede all’uomo più vecchio di raccontare cosa successe allora, con una semplice domanda.

L’Afikomen nascosto

Durante il seder vengono utilizzate 3 matzot che vengono tenute coperte da un panno. All’inizio della cena viene spezzata in due pezzi quella di mezzo; il pezzo più piccolo viene rimesso tra le due rimanenti, mentre il pezzo più grande viene utilizzato come Afikomen, ( l’ultimo pezzo di matzah che verrà consumata durante il pasto). Vi sono due usanze riguardo l’afikomen, entrambe con lo scopo di tenere i bambini attenti allo svolgersi della cerimonia. In entrambi i casi l’afikomen viene nascosta: nel primo caso da uno dei bambini per poi essere cercata dagli adulti: nel caso questi non la trovassero, devono pagare il bimbo per la sua restituzione. L’altra usanza prevede, invece, che a nascondere l’afikomen siano gli adulti e venga premiato il bambino che la ritrova.

Durante la cerimonia, un piatto, detto piatto del Seder è parte centrale della cena. Il piatto del seder è di solito decorato, ed ha dipinti tutti i principali simboli di Pesach. Al centro sono poste tre Matzot per ricordare la concitata e precipitosa fuga dall’Egitto. Attorno, nell’ordine, vi sono il karpas, solitamente un gambo di sedano che ricorda la corrispondenza della festività di Pesach con la primavera e la mietitura che, in epoca antica, era essa stessa occasione di festeggiamento; un piatto di maror o erbe amare che rappresenta la durezza della schiavitù; una zampa arrostita di capretto chiamata zeru’a: rappresenta l’offerta dell’agnello presso il Tempio di Gerusalemme in occasione di Pesach, Shavuot e Sukkot; un uovo sodo beitza in ricordo del lutto per la distruzione del Tempio, e infine una sorta di marmellata preparata con frutta secca, noccioline, e vino chiamato “haroset” che rappresenta la malta usata dagli ebrei durante la schiavitù per la costruzione delle città di Pit’om e Ramses. Alcuni, specie nell’uso italiano, aggiungono una seconda insalata, più dolce, come la lattuga.

La lettura dell’Haggadah inizia con un ricordo, un brano in lingua caldaica. I bambini chiedono al padre quale sia il significato di Pesach. I quattro fratelli rappresentano quattro tipi di Ebreo. Il figlio saggio rappresenta l’ebreo osservante. Il figlio malvagio rappresenta invece l’ebreo che rifiuta la sua eredità e la sua religione. Il figlio semplice si riconosce nell’ebreo completamente indifferente. Il giovane, invece, colui che non conosce della propria cultura e tradizione a sufficienza per poter prendere parte alla discussione.

Poco dopo, vi è il ricordo delle dieci piaghe inflitte da Dio all’Egitto per indurre il Faraone a lasciare liberi gli Ebrei, e un esempio di pilpul, o discussione talmudica, in cui nell’interpretazione rabbinica, le piaghe da dieci diventano quaranta, poi cinquanta, poi addirittura duecento. Più avanti, si ripete la promessa millenaria.

La Seder pasquale

Nel corso del seder vi è obbligo di bere quattro bicchieri di vino, e quindi è naturale che, oltre ad essere composto da diversi brani cantati, termini di solito con canti tradizionali. Nella tradizione italiana, i canti sono in italiano, e si ricordano Had gadià, la storia del capretto resa famosa da Angelo Branduardi in forma ridotta con il titolo La fiera dell’est, e il conteggio, cantato, da uno a tredici, dove uno è ovviamente Dio, fino a tredici attributi divini, passando per due Tavole della Legge, tre Patriarchi, Quattro Madri di Israele, cinque libri della Torah, sei libri della Mishnah, sette giorni della settimana, otto giorni della circoncisione, nove mesi di gravidanza, dieci Comandamenti, undici costellazioni e dodici tribù.

Pasqua cristiana 2016 – 27 marzo (Escluse Chiese Ortodosse)

Pasqua Ortodossa 2016 – 1 Maggio

I segreti della crocifissione e della croce

Purtroppo la crocifissione esiste ancora. La più dolorosa tortura con pena di morte mi esistita. Amnesty International ha denunciato 88 crocifissioni nel 2002 nella regione del Darfur, in Sudan. «Il 13 agosto i ribelli sono entrati nella chiesa della mia parroc¬chia ed hanno preso tante per¬sone in ostaggio. Mentre fug-givano nella foresta, ne han¬no uccise sette: li hanno croci¬fissi agli alberi» – Così ha dichiarato al Corriere della Sera il 16 ottobre 2009 Monsignor Hiiboro Kussala, vescovo del¬la diocesi di Tombura Yam¬bio, nel Sud del Sudan. Anche i nazisti usavano questa tortura nei campi di concentramento. La crocifissione era conosciuta anche in Giappone. Il 2 febbraio del 1597 il famoso samurai Toyotomi Hideyoshi ordinò la crocifissione di 6 giapponesi convertiti al Cristianesimo e di 20 frati francescani. Portati da Kyoto e Osaka a Nagasaki per subire lo stesso martirio di Cristo. Una chiesa sulle colline Nishizaka di Nagasaki ricorda nei suoi mosaici i primi martiri cristiani in Giappone.

Il braccio orizzontale della croce è il patibulum. Si suppone che Gesù Cristo abbia portato sulle spalle solo il trave orizzontale del peso di 45 chili. Il braccio verticale era già sul posto e si chiamava stipes. Inoltre è probabile che Cristo sia stato crocifisso nei polsi, non nei palmi delle mani. Sono state ritrovate rarissime ossa di persone crocifisse. Di solito i chiodo venivano riciclati e non rimaneva nulla delle tracce del supplizio. Una reliquia del legno della Santa Croce è ospitata nella cripta del Santuario di Maria Ausiliatrice a Torino. Le ossa più note di una persona crocifissa sono di Johanan ben Ha-galgol, con un chiodo conficcato nel tallone. Caso raro, lui fu ritrovato in un sarcofago nel giugno 1968 a Giv’at ha-Mivtar a nordest di Gerusalemme (Israele). Un altro osso di Johanan ben Ha-galgol dimostra che la crocifissione avveniva nel polso.

I chiodi erano lunghi 10 cm e larghi 1 cm alla capocchia. I tre chiodi (due per le mani e uno per i piedi inchiodati insieme), trovati ancora attaccati alla croce, sarebbero stati portati da Elena al figlio Costantino: secondo la leggenda uno di essi venne montato sul suo elmo da battaglia, da un altro invece fu ricavato un morso per il suo cavallo. Il terzo chiodo, secondo la tradizione, è conservato nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Il “Sacro Morso” invece, si trova nel Duomo di Milano (inserito in una grande croce di rame dorato sopra il catino absidale, ad un’altezza di 40 metri), dove il 14 settembre viene prelevato con un ascensore a 4 posti con baldacchino rosso del 1600 a forma di nuvola con angeli (“nivola”) dall’arcivescovo e portato in processione. Del chiodo montato sull’elmo si sono perse le tracce; secondo una tradizione si trova oggi nella Corona Ferrea, conservata nel Duomo di Monza. Vi è anche un quarto chiodo, dalla tradizione più dubbia, che si troverebbe nella cattedrale di Colle Val d’Elsa (SI).  (Cf. Giorgio Nadali – “I monaci sugli alberi. E centinaia di altre cose curiose su Dio, la Bibbia, il Vaticano”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2010).

La Pasqua cristiana

Uova sacre

Un’antica leggenda legata a Simone il Cireneo, l’uomo forzato a portare la croce di Cristo sulla strada verso il Calvario (Mc 15,21), vuole che fosse un mercante di uova. Alla risurrezione di Cristo, Simone trovò tutte le sue uova miracolosamente colorate, in varie tinte.

Nel Cristianesimo ortodosso le uova sono sacre – simbolo di risurrezione. La buccia rappresenta il sepolcro di Gesù, mentre il bianco che è dentro l’uovo rappresenta la luce della risurrezione, infatti il colore della Pasqua è quello della luce, e il bianco dell’uovo è molto luminoso. La buccia rotta dell’uovo significa il sepolcro aperto con l’uscita la luce della vita nella risurrezione, rappresentata dall’albume, il bianco dell’uovo. Uova di legno sono dipinte come icone con soggetti sacri e alcune sono molto preziose. Alcune hanno la scritta X B, che in cirillico corrispondono alle lettere K e V – Christòs Vaskrìes, cioè “Cristo è risorto”. Le più preziose sono le cinquantasette uova di Pasqua che sono state realizzate per la corte dello zar di tutte le Russie ad opera del gioelliere Peter Carl Fabergé fra il1885 ed il 1917, in oro, preziosi e materiali pregiati, una per ciascun anno, all’approssimarsi della festività. Fabergé ed i suoi orafi hanno progettato e costruito il primo uovo nel 1885. L’uovo fu commissionato dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di Pasqua per la moglie Maria Fyodorovna. L’uovo Fabergè del 1915 è chiamato uovo con croce rossa e trittico, è stato regalato da Nicola II alla zarina Alexandra Fyodorovna. E’ custodito al museo d’arte di Cleveland (USA). E’ sttao realizzato in oro, argento, smalto e vetro.  La figura principale dipinta sull’uovo – alto 8,6 cm – È Gesù Cristo. Dentro l’uovo, la scena centrale è la Discesa agli Inferi, la rappresentazione Ortodossa della Risurrezione cioè Cristo che sveglia i morti dopo la Risurrezione. Santa Olga, la fondatrice del Cristianesimo in Russia è rappresentata sulla sinistra del trittico. La Santa martire Tatiana è sulla destra. Le miniature interne sono state eseguite da Adrian Prachow specializzato in icone. Il rimanenti due pannelli delle porte dele trittico sono incisi col monogramma della corona dello zarina, e l’altro con l’anno “1915.” Zar Nicholas, occupato in guerra no fu in grado di regalare personalmente l’uovo allo zarina. Quello di maggior valore è l’uovo Birch del valore di 3 milioni di dollari. E’ del 1917, custodito al museo nazionale russo a Mosca.

Nelle chiese russo ortodosse viene appeso un enorme uovo di legno laccato rosso al soffitto, durante la Pasqua e i fedeli ricevono durante la messa delle uova sode dal prete. Altre uova sono fatte benedire in chiesa nei giorni precedenti alla Pasqua, vengono colorate e poi mangiate durante la festa. La pysanka ucraina è l’uovo decorato in casa.

Sulle uova un motivo spesso presente è la chiesa. Le chiese stilizzate si possono trovare di frequente sulle pysanky dell’Ucraina occidentale, specialmete nelle regioni di  Hutsul e Bukovyna; il disegno di un setaccio disegnato all’interno simboleggia l’abilità della Chiesa di separare il bene dal male.

Vi erano superstizioni per quanto riguarda i colori e disegni sul pysanky. Un vecchio mito ucraino basato sulla saggezza di regalare a persone anziane delel pysanky dipinte con colori scuri e/o con ricchi elaborati, perché le lroro vite sono state già piene e appaganti. Similmente è appropriato regalare a persone giovani delel pysanky con predominanza di colore bianco perché la loro vita è ancora una pagina bianca. Le ragazze donano spesso pysanky con disegni di cuori al loro fidanzato. E’ stato detto tuttavia che un aragazza non dovrebbe mai donare al suo ragazzo una pysanka senza un disegno in cima o in fondo all’uovo perché questo significa che il fidanzato perderà i capelli.

Lo scopo di creare delle pysanky era quello di trasmettere bontà dalal casa ai disegni e di scacciare il male. Spiral e altri disegni vengono dpinti per intrappolare il male, e per proteggere la famiglia e la casa da pericoli e mali.

Le croci sulle uova pysanky sono molto comuni e la maggioranza di quelle dipinte non sono croci ortodosse. Le croci più comunemente presenti sulle uova sono di tipo greco (con bracci di uguale dimensione). Altri simboli religiosi adattatati sono il triangolo con un cerchio in mezzo, l’occhio di Dio e uno noto come la “mano di Dio”.

Vi è anche un museo delle uova pasquali pysanka. Costruito nel 2000 e aperto il 23 settembre dello stesso anno a Kolomyia, cittadina dell’Ucraina occidentale. Precedentemente le uova del museo erano ospitate in una chiesa della zona. Il museo espone oltre 10.000 uova pysanky. La parte centrale del museo è a forma di uovo pasquale ucraino “pysanka”. E’ unico nel suo genere. Nel 2007 è stato eletto luogo simbolo dell’Ucraina moderna.

Celebrazione

La celebrazione della Pasqua, almeno sin dal Concilio di Nicea, non coincide esattamente con l’inizio della celebrazione ebraica di Pesach. Secondo quanto si legge nel Vangelo di Giovanni e da altri particolari della Passione, sembra che il giorno della morte di Gesù sia corrisposto, per la maggioranza del popolo ebraico del tempo, a quello in cui si immolava l’agnello e si celebrava (alla sera) il primo seder di Pesach, e perciò al giorno ritenuto essere il 14 di Nissan. L’Ultima Cena consumata da Gesù e dai suoi apostoli la sera del giorno precedente, secondo le modalità proprie del seder di Pesach, la si comprende come una possibile anticipazione del rito, propria di una parte del popolo ebraico del tempo (come ad esempio gli esseni, per il cui calendario liturgico “solare” il 14 di Nissan doveva cadere sempre di martedì) o come un’anticipazione voluta da Gesù stesso, “non potendo celebrarla l’indomani se non nella sua persona sulla croce” (Giuseppe Ricciotti). Inoltre in ambito cristiano, nella celebrazione della Pasqua, si voleva dare maggiore risalto alla Risurrezione, avvenuta il “primo giorno della settimana”, cioè la domenica immediatamente successiva.

In lettere scambiate tra la Chiesa di Roma e quelle d’Asia già nel II secolo, si rintraccia una disputa indicata come pasqua quartodecimana. Le Chiese dell’Asia minore ritenevano che i cristiani dovessero celebrare la Pasqua il 14 di Nissan in tono “penitenziale”, ritenendola una tradizione risalente all’apostolo Giovanni, e dando così maggiore risalto alla Passione e morte di Gesù. La Chiesa di Roma, invece, aveva la tradizione di celebrare solennemente la Pasqua la domenica successiva al 14 di Nissan, volendo in questo modo mettere maggiormente in risalto la Risurrezione di Gesù.

Dalla “composizione” di questa disputa prese origine l’attuale struttura del Triduo Pasquale.

La tradizione quartodecimana fu seguita da alcune chiese fino a poco oltre il Concilio di Nicea, che stabilì il criterio per la determinazione della data della Pasqua cristiana: essa doveva cadere la domenica seguente il primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera, considerato corrispondente al giorno 21 di marzo. Il plenilunio non doveva essere effettivamente osservato, ma individuato approssimativamente mediante il calcolo dell’epatta, elaborato dal monaco Dionigi il Piccolo. In questo modo si slegava la determinazione della data della Pasqua cristiana dalle osservazioni dei fenomeni astronomici (effemeridi) e dalle regole del calendario lunisolare ebraico, non ancora completamente fissate. Soltanto con Maimonide, infatti, si stabilirono regole precise (ed indipendenti dall’osservazione dei fenomeni astronomici) per quanto riguardava il ricorrere del capodanno, la durata dei mesi e l’eventuale aggiunta del tredicesimo mese (we-adar) “intercalare” all’anno ebraico (accorgimento necessario per correggerne la differenza di durata rispetto all’anno tropico).

Anche la maggior parte dei protestanti, con qualche differenza, celebra la Pasqua il giorno stabilito seguendo le regole del Concilio di Nicea, invece di farla corrispondere al 14 di Nissan. Le Chiese ortodosse ed orientali celebrano tutte la Pasqua secondo le regole stabilite a Nicea, anche se, non avendo aderito alla riforma gregoriana del calendario e del metodo di calcolo dell’ epatta (epatta “liliana”) (ad eccezione della Chiesa ortodossa finlandese), questa finisce per cadere in giorni diversi da quello calcolato dai cattolici (di rito latino) e protestanti.

In conseguenza delle regole stabilite a Nicea (e della riforma “gregoriana” del calendario giuliano e dell’epatta) insieme all’attuale forma del calendario ebraico (per opera di Maimonide), la Pasqua cristiana cade circa nello stesso periodo di Pesach, sebbene venga fatta coincidere sempre con la domenica. Nel caso in cui il primo plenilunio di primavera (calcolato sempre approssimativamente con il metodo dell’epatta) cada proprio di domenica, e che quindi, verosimilmente, coincida con il giorno 14 di Nissan, la celebrazione della Pasqua cristiana (e “gregoriana”), allo scopo di sottolineare il diverso significato, viene rimandata alla domenica successiva.

Per la Chiesa Cattolica la Pasqua supera Pesach per importanza poiché, se Pesach corrisponde al periodo della Passione e morte di Cristo, la Pasqua ne ricorda la Risurrezione. Questa ricorrenza viene infatti ricordata all’inizio del Triduo Pasquale cristiano, nella messa “in coena Domini”, il giorno del giovedì santo, così come nella lettura liturgica di brani del libro dell’esodo, in particolare quello della cena con l’agnello immolato e del passaggio degli ebrei del mar Rosso, obbligatoria nella celebrazione della Veglia Pasquale, la sera del sabato santo.

Giorgio Nadali

 

 


Scientology. Il Tono 40 che fa risuscitare i morti

La Chiesa di Scientology è stata fondata nel 1954 dallo scrittore statunitense L. Ron Hubbard (1911-1986). Il termine chiesa non ha alcun riferimento al Cristianesimo. I fedeli nel mondo sono otto milioni, secondo Scientology. “Hubbard disse: ‘Un bambino è stato dichiarato morto da un medico e l’auditor [guida di Scientology] può richiamare il suo thetan [spirito] e ordinargli di riprendere il corpo riportandolo in vita’.

Il guaritore ha da tre a quattro minuti per far risuscitare la persona. Devono comandare: “Torna e riporta in vita questo corpo!” oppure ordinare al cadavere: ‘Torna qui e riprendi il tuo corpo immediatamente! Prendilo! Te lo ordino! Subito!’. Se queste tecniche non funzionano provate a obbligare la persona a tornare facendola pensare ai suoi familiari e amici… Questo tipo di comando è noto come Tono 40 e si apprende durante una Routine di allenamento di Scientology (TR). Queste tecniche servono a migliorare la comunicazione. I membri di Scientology fanno pratica del Tono 40 con un portacenere, dandogli comandi in modo che si muova da solo secondo le loro intenzioni”.

Giorgio Nadali

 


La simbologia sessuale buddhista tibetana e gli altri simbolismi sessuali delle religioni. V.M. 18

 Lao Tzu, fondatore del Taoismo diceva: «La gentilezza delle parole crea fiducia. La gentilezza dei pensieri crea profondità. La gentilezza nel donare crea amore». Fatto sta che le religioni mondiali usano spesso il simbolismo sessuale in miti e metafore, riti e rituali, storie e sculture, come mezzo per esprimere la relazione con il trascendente.

Un simbolo chiave nel Buddhismo tibetano Vajrayanico è la figura yab-yum, una coppia di divinità maschile e femminile intenti in un’unione sessuale, la quale rappresenta la nozione basilare buddhista che la saggezza e la compassione devono congiungersi per ottenere il nirvana. I seguaci più avanzati del Buddhismo tibetano possono anche usare la “mente beata” dell’orgasmo sotto condizioni disciplinate per comprendere la verità attraverso la “mente della luce chiara”. Nell’orgasmo la mente diviene completamente assorbita e la solita mente concettuale, le apparenze che la accompagnano si sciolgono lasciando la realtà fondamentale. Qui un vento fisico, piuttosto che una scultura, un dipinto o un’immagine, fornisce un simbolismo sessuale che punta verso il trascendente. In molte tradizioni – con eccezione del Buddhismo – il simbolismo sessuale religioso è unito con il linguaggio dell’amore, collocando questi simboli nel contesto di un amore che trasforma.

Gendün Chöpel è l’intellettuale più controverso del Buddhismo tibetano, autore del «Trattato sulla passione». Questa guida sessuale rivolta ai laici combina i classici erotici indiani come il Kamasutra con la cultura buddhista Vajarayana. Chöpel sostiene l’uguaglianza sociale per le donne, la valorizzazione del piacere sessuale femminile e l’esplorazione sessuale in un’etica di sostegno dell’amore. La sua prospettiva tantrica vede l’attività sessuale comune come base per un possibile sviluppo di una straordinaria intuizione, ponendo l’accento sulla compatibilità del piacere sessuale con l’intuito spirituale. Chöpel spiega che le sessantaquattro arti dell’amore intensificano il desiderio e l’orgasmo e possono aprire una porta sull’esplorazione della natura della coscienza. Nell’orgasmo la natura chiara della mente è più percepibile e questo sottile livello di coscienza dissolve l’apparente solidità delle percezioni ordinarie, sino a che anche il desiderio stesso viene trasceso. Le evocative descrizioni delle tecniche e posizioni sessuali fatte da Chöpel sono accessibili, giocose, femministe e un adattamento istruttivo degli alti ideali buddhisti alla vita di tutti i giorni.
L’Induismo ha quattro principi fondamentali : dharma (legge morale), kama (piacere), artha (potere, beni materiali), mokṣa (liberazione dalle rinascite). I testi che si occupano del kama compresi il Kamasutra di Vatsyayana (monaco che viveva in castità assoluta, ma dotato di viva immaginazione – 300 d.C.) descrivono il piacere sessuale invocando parole come rasa (gusto estetico), bhava (atteggiamento emotivo), rati (passione), priti (amore), raga (attaccamento) e samapti (orgasmo). Un’altra parola sanscrita molto usata per descrivere il principio del piacere sessuale è bhoga (godimento) e si riferisce anche ad altri situazioni come il consumo di cibo. Il piacere va vissuto in gioventù, preferibilmente nella grhastha-asrama (vita matrimoniale) per donare la vita. Il matrimonio può essere celebrato (e non consumato) anche da bambini. Dopo aver assolto gli obblighi genitoriali è possibile abbracciare la vita ascetica celibataria (samnyasa-asrama).

Lo Zohar, un testo ebraico cabalistico caratterizza l’idea ebraica della sacralità del sesso suggerendo che l’Essenza Divina “riposa sul letto nuziale” quando la coppia è “unita nell’amore e santità”. Nell’Induismo un linga (pene) come il Shiva linga di marmo del famoso tempio Kandariya Mahadeva di Khajuraho (India) è collocato nel garbhagriha (luogo più interno del tempio indù) per ricordare al devoto che la completezza assoluta dell’unione dei principi maschile e femminile. Lo stesso simbolismo è usato nell’Ebraismo (Zohar) perché la Shekhinah (presenza divina) si rivela al lettore della Torah (l’amante) come fanciulla nascosta in una camera segreta del palazzo, come la garbhagriha indù. Nell’Induismo il linga (pene) che posto al centro della yoni (vagina) nello linga-yoni dei templi rappresenta l’unione del dharma (legge) con la shakti (potere) e tutta la shakti (con soddisfazione delle lettrici) è sempre femminile. Il grembo punta al Brahman (la realtà ultima) e il linga-yoni punta alla generazione della vita da Brahman e l’unione ultima in Brahman dei diversi elementi apparenti del mondo, maschile e femminile.

Nell’Islàm le houris, fanciulle che allietano i devoti maschi in paradiso hanno il nome di Dio scritto su un seno e il nome del marito sull’altro [o eventualmente sino a quattro nomi dei quattro mariti su un seno?

Anche nel Cristianesimo la simbologia sessuale non manca, soprattutto presente nel Cristianesimo medievale delle “spose mistiche” come Santa Teresa d’Avila. Bernini rappresenta nella sua Estasi di Santa Teresa l’incontro con Dio che le appare come angelo con una lancia. Tradizionali simboli fallici sono la lancia, la freccia e il serpente e nel caso di Angela da Foligno di una falce che la riempie con inestimabile sazietà.

Unito al linguaggio dell’amore il simbolismo religioso sessuale evoca anche la reciprocità della relazione, il desiderio di divenire complementari al divino, com’è evidente nella nozione ebraica di sesso sacro, nell’iconografia indù della coppia divina come Shiva e Parvati o Krishna e Radha, ma anche nella simbologia dello yin-yang taoista.
La Sahajiya, una setta tantrica del Bengala usa il coito rituale (maithuna). Lo scopo del sesso rituale di Sahajiya è di trasformare il desiderio (kama) in amore (prema) e va fatto con una parakiya, una donna non sposata o impegnata con un altro. Non vi è però eiaculazione perché il seme va diretto in altro verso la susumna nadi (canale del corpo che collega i chackra, punti vitali) al sahasrara padma dove viene goduta la beatitudine di Radha e di Krishna.

L’enorme varietà nell’uso del simbolismo sessuale è evidente, ma non è usato allo stesso modo in tutte le religioni. Nell’Induismo e nel Cristianesimo le immagini sessuali servono come puntatori verso una realtà trascendente, mentre nel Buddhismo sono strumenti per svuotare la mente e raggiungere il nirvana la “pienezza dello svuotamento”. Un aspetto importante delle tradizioni asiatiche è il posto preminente che viene dato al femminino sacro, forse in parte perché la religione induista proviene da culture agresti più orientate verso le donne. Vi è un contrasto con le culture maschili del Medio Oriente, all’interno delle quali sorse il monoteismo occidentale orientato verso i maschi, dove predomina il modello di maschio come pastore. In ogni caso, nonostante questa evidente diversità vi è un “estetico erotico” nell’utilizzo umano del mito e del simbolo, della danza e della musica, della storia e della teologia, della pittura e della scultura che puntano verso il divino.

Le immagini erotiche si sono trasferite nella vita monastica cristiana, ma anche nel Giudaismo hassidico, in una rappresentazione erotica dell’incontro tra l’umano e il divino. All’interno della tradizione cabalistica giudaica, nonostante le immagini erotiche non siano usate per rappresentare l’incontro tra umano e divino, come sostiene lo studioso Gershom Scholem, Dio viene visto come il centro della sessualità: «in Dio vi è un’unione dell’attivo e del passivo, procreazione e concepimento, da cui proviene tutta la vita e la beatitudine». Nella tradizione islamica troviamo una simile estetica erotica in Rumi, il più grande dei poeti e mistici persiani. […] Infine un’altra forma occidentale per comprendere la relazione tra umano e divino in chiave erotica si trova nel famoso testo cabalistico mistico giudaico, lo Zohar o “Libro dello Splendore”. Anche se non eroicizza direttamente la relazione tra umano e divino, lo fa indirettamente delineando la stessa Torah come l’amante del lettore devoto alla sua lettura.

Duti puja

Nel tantrismo il duti puja è l’adorazione di una bella donna, che comprende il pancamakara. Il rito noto come pancamakara o dei “cinque essenziali” è officiato con cinque ingredienti che in sanscrito iniziano con la “m” e di cui solo i primi quattro si comprano al supermercato: grano (mudra), pesce (matsya), liquore (madya), carne (mamsa), e rapporto sessuale (maithuna). Viene anche definita come “Eucaristia Tantrica”. Lo scopo del rito è di svegliare i poteri spirituali e di soddisfarli. Sono invocate le divinità: Shiva e Shakti, Mahadeva e Mahadevi, Bhairava e Bhairavi. Le coppie cosmiche.

La coppia siede di fronte ad un fuoco. La donna alla sinistra del suo compagno. Il lato sinistro è infatti femminile, quello destro, maschile. La coppia inginocchiata unisce le mani nel tradizionale gesto di saluto namaste. Gli elementi vengono in parte versati nel fuoco e in parte imboccati alla partner, che rappresenta la divinità. Fatto questo la coppia gira intorno al fuoco tre volte e mezza, tante quante le spire della kundalini, l’energia sessuale. La donna è ritualmente elevata e purificata allo stato delle dee (Devi) mediante la meditazione e il nyasa. Il nyasa è il rituale che pone delle preghiere (mantra) o lettere sul corpo mediante il tocco o la visualizzazione, rendendolo divino e riempiendolo col potere della Shakti (il potere creativo di Shiva rappresentato dalla sua consorte). Poi ogni parte del corpo della donna viene adorata, in particolare il volto, i seni e l’organo genitale (yoni). Le sono offerti alcol, carne cotta e pesce. Il rituale culmina con il rapporto sessuale (maithuna) dell’adepto con lei. Nel coito (maithuna) la donna deve avere il controllo. L’unione è simbolica dell’unione del dio Shiva con la sua Shakti. Il maithuna rappresenta lo stato assoluto di beatitudine.

In contrasto con la concezione occidentale, nella tradizione asiatica le femmine e quindi le devi sono viste come attive, immanenti e accessibili, mentre le divinità maschili tendono ad essere passive e (come in Occidente) trascendenti e non facilmente accessibili. Da ciò deriva la forma iconografica più importante dell’Induismo, il linga/yoni shivaita, è sia una forma iconografica parziale con un volto sul linga [pene], sia una forma aniconica che simboleggia l’infinito. In maniera significativa in questa immagine estetica erotica il linga si erge dalla yoni mettendo in evidenza un simbolismo generativo più profondo all’interno del simbolismo sessuale e illustra la fondamentale dottrina induista per la quale tutto il potere è femminile (ad esempio la shakti) e di conseguenza l’energia maschile non è incipiente, ma costantemente reindirizzata dall’energia femminile.

Le tradizioni cinesi condividono una visione simile dell’estetico erotico nella complementarietà dei principi maschili e femminili dello yin e yang. In questa visione è importante che tutto lo yin ha un po’ di yang e viceversa. Perciò lo yin [femminile]e lo yang [maschile] sono interdipendenti e l’ideale è di evitare la contrapposizione e ottenere un bilanciamento tra loro. Nelle tradizioni cinesi, il Taoismo aggiunge anche l’idea della Grande Madre e che la femmina ha un’inesauribile forza vitale che può dare nell’unione.
L’uso del simbolismo sessuale non significa che Dio abbia un corpo, ma deve esserci qualcosa di letterale nel simbolismo e questo implica che Dio può essere letteralmente concepito sia come personale sia come sessuato.

Giorgio Nadali

direttore@oltre.online

Giorgio Nadali, “Sessualità, Religoni e Sette. Amore e Sesso nei Culti mondiali”, Armando Editore, Roma, 1999

L1


Vizi e virtù nelle Religioni. 1. La generosità

La generosità è la virtù di chi genera del bene. Non riguarda soltanto (e soprattutto) dare qualcosa di materiale. La persona dona soprattutto se stessa, il proprio tempo, il proprio entusiasmo per rendere migliore chi incontra nella sua vita. È generoso chi aiuta, ascolta, perdona, consola, consiglia, insegna. Non cerca sempre il proprio tornaconto personale. C’è una parola di Gesù non riportata nei Vangeli, ma ricordata dall’apostolo Paolo nel suo discorso a Mileto riferito negli Atti degli apostoli che è molto eloquente: «C’è più gioia nel donare che nel ricevere». Perché donando scopro quanto valgo veramente. A ricevere sono capaci tutti, anche gli stupidi. Donando mi sento vivo e sento di valere. Nel Vangelo di Matteo, Cristo osserva: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Matteo 10,8).

Nell’Induismo e nel Buddhismo la dāna è la pratica del coltivare la generosità. La dāna culmina in una delle perfezioni (pāramitā): quella del donare, la dāna-pāramitā. È caratterizzata dalla generosità incondizionata, cioè donare e dimenticare ciò che si è donato. Nell’Induismo però la generosità è delimitata alla propria casta. Solo la casta dei bramini (sacerdoti) possono ricevere e dare doni. Il loro ricevere è però solo dalle persone giuste e in particolari situazioni, altrimenti se si attacca troppo ai doni la sua energia vedica sarà danneggiata. Le caste kṣatriya (re, governanti e militari) e vaiśya (agricoltori, artigiani, mercanti e allevatori) possono solo donare. La quarta casta sono i shudra (lavoratori). Nel Buddhismo la dāna è un atto religioso formale diretto in particolare verso un monaco o una persona molto religiosa. Serve a purificare e trasformare la mente di chi dona. Zakat in arabo significa purificazione e deriva dalla parola sidq (sincerità).

La zaqat è adorare Allah donando ciò che Egli ha donato all’uomo, secondo le prescrizioni della legge Islamica (sharia). La sadaqah è invece adorare Allah donando denaro liberamente, senza un obbligo prescritto dalla lelle Islamica. La zaqat si riferisce a beni specifici come oro, argento, frutta, bestiame, cammelli e pecore. La sadaqah invece non prescrive alcun tipo di bene, tranne ciò che la persona può donare, senza limiti o indicazioni, in qualsiasi momento e in quantità a piacere. La zaqat è soggetta alle condizioni di chi ha acquisito benessere, con una soglia minima (nisaab) di ciò che è prescritto per il dono. Colui che la omette sarà punito, come riferisce Maometto: «Non c’è prorietario di un tesoro che non paghi la zaqat, [chi non lo fa] sarà scaldato nel fuoco dell’inferno». La zaqat è riservata ai musulmani. La sadaqah può essere rivolta anche ai non musulmani (kafirun) e addirittura ai mushrikeen (pagani).

Giorgio Nadali


Yoga della risata

Quando nel 1995 il dr Madan Kataria (un medico indiano di Mumbai) ha ideato i Laughter Clubs (Club della Risata), ha trovato il modo di potenziare i benefici della risata abbinandoli a quelli della respirazione profonda dello yoga (Pranayama).
Lo Yoga della Risata è  L’azione del ridere senza motivo accompagnata dal battito ritmico delle mani e dal movimento spontaneo, combinata con esercizi di respirazione profonda e una fase di rilassamento yoga nidra
La pratica – che non comporta attrezzature o ambienti particolari – favorisce l’aumento della fiducia in se stessi, il miglioramento delle relazioni interpersonali e, di conseguenza, il miglioramento delle prestazioni. La respirazione profonda, gli esercizi di stretching per collo, spalle, braccia e busto contribuiscono a rimuovere la rigidità e i dolori derivanti da una vita sedentaria. Viene favorito il rilassamento. Corpo e mente ottengono una ricarica istantanea. Ridere libera la mente dai problemi e crea così le condizioni per rivalutarli da un nuovo punto di vista e potenziare creatività e problem solving.

Sempre più spesso incontro persone che desiderano migliorare la qualità della loro vita emotiva e relazionale. Persone consapevoli dell’importanza di dover “lavorare” prima di tutto su di sé per avviare quei cambiamenti che possono rendere più soddisfacente, equilibrata e felice la propria esistenza.
Sappiamo però che, per un adulto, il cambiamento è difficile, faticoso e anche un po’ rischioso per le proprie sicurezze. Aprirsi a nuovi punti di vista e abbandonare pregiudizi e stereotipi è stimolante e ci rende migliori ma lasciare il conforto delle vecchie abitudini e scorciatoie di pensiero richiede determinazione e impegno.
I nostri seminari di crescita personale sono il punto di partenza o di approfondimento che può “fare la differenza”, perché i temi vengono sviluppati in un contesto positivo che favorisce il coinvolgimento, l’apertura al confronto e l’assunzione di un atteggiamento disponibile e costruttivo. Si impara sperimentando e ciò si rivela efficace proprio perché viene richiamato il piacere del gioco e del fare nuove conoscenze.
Inoltre, attraverso gli esercizi di Yoga della Risata (vedi box), si sviluppa la propria risata interiore che resterà una risorsa sempre disponibile e gratuita per gestire situazioni di stress ma anche per rafforzare l’autostima, migliorare le relazioni, accrescere la creatività e la capacità di trovare soluzioni.
I nostri seminari rappresenteranno “una esperienza memorabile” ma dopo l’esperienza formativa continueremo ad offrire ai partecipanti un coaching di supporto per trasformare il loro obiettivo di sviluppo in un risultato concreto.

Bruna Ferrarese
Laughter Yoga Teacher e Laughter Ambassador

CERTIFICAZIONE INTERNAZIONALE LEADER YOGA DELLA RISATA

Docente: Bruna Ferrarese

Prossima edizione: 30 aprile – 1 maggio 2016

Yoga della risata

Corso riconosciuto come percorso di formazione a livello internazionale ideato dalla «Laughter Yoga University» che rilascia la certificazione «Laughter Yoga Leader».

Permette di condurre sessioni sia attraverso la creazione di un Club sociale nel proprio territorio (struttura-base del movimento Laughter Yoga), sia integrando la disciplina nella propria attività primaria oppure promuovendone l’utilizzo in contesti come le aziende, le case di riposo, le strutture sanitarie, le organizzazioni turistiche.

Yoga della Risata rappresenta una competenza utilizzabile trasversalmente per tutte le professioni che operano «con e per le persone», ma è interessante anche per tutti coloro che desiderano acquisire una pratica per il benessere personale.

Sul piano del benessere Yoga della Risata agisce:
•per la salute, perché agisce sulla produzione di endorfine e la diminuzione del cortisolo (ormone dello stress), migliora le funzioni cardio-circolatorie, abbassa la soglia del dolore, migliora il controllo della glicemia e l’ossigenazione del cervello
•per la vita personale, perché migliora la sicurezza in sé stessi, la capacità di affrontare le criticità, la qualità delle relazioni interpersonali e le abilità sociali
•per la vita professionale, perché integra altre pratiche per il riequilibrio psico-fisico, favorisce la creazione di team e migliora le condizioni di collaborazione, sviluppa il potenziale creativo individuale e di gruppo.

Successivamente al Workshop il Teacher assicura supporto all’avvio dell’attività collaborando con suggerimenti, strumenti e, se possibile, presenza.

Redazione


Islàm, fondamentalismo e integrazione in Italia

“Il Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto”.

Non è certo il modo ideale per aprire un dialogo con un musulmano. E’ il XXVIII canto (v. 28-33) dell’Inferno della Divina Commedia. Dante descrive Maometto nell’inferno. Il dialogo con la religione del Profeta della Mecca (circa 1 miliardo di fedeli nel mondo, di cui 580000 in Italia, 10000 cittadini italiani) è quello che i presenta più difficoltà. La religione del profeta Muhammed (Maometto) nasce 622 anni dopo Cristo. Delle tre fedi in un unico Dio, è la più giovane e la seconda per numero di fedeli. Un numero oggi uguale a quello di tutti i cristiani cattolici. Nel Corano (diviso in capitoli, dette “sure”) Gesù Cristo non solo viene citato, ma è anche onorato come un profeta, nato da Maria (Maryam) vergine, che lo partorì  sotto un albero di palme (Sura 19,22). La verginità di Maria (Sura 19,21) è talvolta messa in discussione anche in ambito cristiano, non solo protestante, ma è riconosciuta nell’Islam. Il Corano riconosce anche alcuni miracoli di Gesù. Secondo il sacro libro islamico il primo miracolo di Gesù non fu quello della trasformazione dell’acqua in vino (Gv 2, 1-11), ma quello di parlare da adulto appena nato (Sura 19,29). Vediamo ora schematicamente alcune differenze sostanziali e come sia possibile istaurare un sincero dialogo. Ma… perché dialogare? Primo. Perché siamo cristian. Secondo. Perché non si può più sottovalutare il fenomeno in forte crescita dell’espansione islamica. L’Islam cresce, più di ogni altra religione, con un tasso dell’ 1,7% all’anno. Terzo. Per non cedere a facili e ingiustificate discriminazioni e intolleranze, che minano una pacifica convivenza. Quarto. Per capire che dalla stragrande maggioranza dei musulmani non proviene una minaccia per la nostra cultura, che va preservata, né per la nostra sicurezza, che va difesa. Circa il 10% dei fedeli si riconoscono nelle posizioni integraliste, e di questi solo una parte si lascia convincere ad azioni violente. Non esiste una visione unitaria nell’Islam. Le visioni di fede e  morale possono essere indifferentemente interpretate in chiave fondamentalista sia violenta sia nonviolenta.

Non tutti fondamentalisti sono terroristi. Ad esempio, per quanto riguarda l’Islam, vi sono i fondamentalisti nazionalisti, che rivendicano l’autonomia di una terra (Palestina, Cecenia, Curdi, ecc.) e quelli semplicemente religiosi, ma innocui, come i wahabiti, la salaffya o usullya, anche se, a dire il vero, Osama Bin Laden si è formato alla scuola wahabbita…

Quelli cattivi vogliono la khilafah, cioè l’islamizzazione dell’Occidente, e questo è lo scopo del sesto pilastro (arkàn) dell’islam, che in realtà non dovrebbe esistere nella teologia islamica. I pilastri (arkan al Islam) sono cinque, ma loro aggiungono anche la, o meglio il jihad, guerra santa contro i kafirun, i non islamici. Per qualsiasi musulmano un fratello è solo un altro musulmano. Il concetto di fratellanza universale è solo cristiano. I fondamentalisti cattivi vedono i kafirun (non islamici) come nemici, quelli buoni e gli islamici moderati vedono i kafirun semplicemente come persone non musulmane, non fratelli, comunque da rispettare.

L’integralismo islamico è per lo più associato a movimenti germinati successivamente al fallimento dell’esperienza del “riformismo” fiorito nel XIX secolo specie con la nascita in Egitto – alla fine degli anni ’20 – del movimento dei Fratelli Musulmani. La maggior risonanza internazionale la si è però avuta negli anni ’70 in Iran, con la cosiddetta “Rivoluzione islamica” dell’ ayatollah Ruhollah Khomeyni.
Il terrorismo islamico può essere considerato una forma di reazione all’egemonia dell’Occidente. Ma proprio esso, il terrorismo islamico e il fondamentalismo

che lo sostiene, hanno spinto il mondo degli Stati arabi e musulmani ad avvicinarsi all’Occidente

L’integralismo islamico sostiene il dovere dell’applicazione rigida e totale della legge islamica, basata sul Corano e la Sunna, estesa anche alla vita politica e sociale. Dato però che l’auto definizione dell’Islam è quella di dīn wa dunya, ossia “religione e mondo”, o “ultramondanità e mondanità”, la definizione di “integralismo” è inutile perché per l’Islam o si coniugano costantemente gli aspetti sacri e profani dell’esperienza umana oppure non si è semplicemente all’interno del sistema islamico, anche se occorre specificare che l’affermazione di “incapacità” dell’Islam di distinguere il laico dal religioso non trova e non ha quasi mai trovato un’attuazione storica nei circa 1.400 anni di storia della civiltà islamica.

Il wahhabismo sui movimenti militanti contemporanei arabi e islamici che si propongono di disegnare nuovo equilibri geo-strategici planetari in funzione dell’eccellenza del modello islamico e problematico rimane un giudizio non di parte sulla sua positività o negatività, dal momento che il pensiero hanbalita sembra possedere in teoria gli strumenti metodologici meglio orientati ad affrontare positivamente, con l’arma dialettica dell’ijthad, il difficile problema del rapporto fra la modernità e Islam. E molto sangue dovrà ancora scorrere per i simboli della modernità occidentale.

Esiste un Islam moderato? Certamente, ma non nel senso che esista un Islam compatibile con la concezione occidentale dei diritti umani e della libertà religiosa.

L’Islam è profondamente asimmetrico rispetto all’Occidente, molto più di quello che non lo sia rispetto al Cristianesimo. Il Cristianesimo e l’Islam hanno molti elementi comuni, nel Medioevo l’Islam era considerato uno scisma della Cristianità. A questo titolo Dante pone Maometto nel suo Inferno.  Con il mondo occidentale, che comporta il frutto del razionalismo e dell’illuminismo, cioè di un pensiero non religioso, il dialogo è invece impossibile: e basta leggere la dichiarazione dei diritti umani elaborata dai teologi islamici e tutta fondata sul Corano per capire l’impossibilità dell’intervento, la radicale asimmetria. L’Islam non ammette una conoscenza della natura indipendente dal Corano nel senso della legge naturale, di origine stoica che il Cristianesimo ha fatto propria assumendo nel suo ordinamento il diritto romano.

Ogni ragionamento in materia etica e politica non può avere altra fonte che il Corano e la tradizione che lo commenta, la Sunna e i detti di Maometto riferiti per tradizione. Mentre natura e ragione sono termini della tradizione cristiana dalle quali l’Illuminismo li ha ricevuti, essi sono interamente assenti nella cultura islamica: di qui appunto la radicale asimmetria.

Non è dunque possibile trovare un Islam moderato in quanto Islam e anche in Turchia stessa il livello di libertà religiosa non corrisponde ai criteri occidentali.

L’Islam è interamente altro dall’Occidente eppure l’Occidente sta iniziando la sua penetrazione nelle aree aperte dalla tecnologia, dalla comunicazione, dall’economia. Il dialogo è possibile nella misura in cui l’altro dall’Islam, cioè l’Occidente, interviene con la sua dimensione reale a modificare la realtà dei popoli islamici. Questo è il processo in cui viviamo, in cui l’influenza genera il conflitto, ma il conflitto non diminuisce l’influenza. La storia dell’Islam è ormai la storia della

penetrazione occidentale dei popoli musulmani e delle reazioni che essa suscita

I Musulmani rappresentano, attualmente, la seconda comunità religiosa in Italia per numero di fedeli. Essi provengono da diverse parti del mondo, parlano lingue diverse e hanno diverse estrazioni sociali. In molti casi, l’unico vincolo tra essi è la comune fede religiosa. Anche se da un punto di vista giuridico o sociologico, l’esistenza di una “comunità musulmana unitaria” può essere oggetto di discussione, non mancano indicazioni sul fatto che i Musulmani siano accomunati da un sentimento di identità condivisa, seppure non sempre manifestata apertamente.
Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è costituita da circa 700.000 individui. Tra di essi, 40-50.000 (di cui circa 10.000 Cristiani convertiti all’Islam) hanno la cittadinanza italiana ed i loro diritti e doveri sono definiti dalle medesime disposizioni che si applicano a tutti i cittadini italiani.
La maggioranza dei Musulmani presenti in Italia è costituita da immigrati giunti negli ultimi vent’anni e privi della cittadinanza italiana. Tra questi, circa 610-615.000 sono “regolari” e godono legalmente del diritto di vivere e lavorare in Italia. Gli altri 80-85.000 sono “irregolari”, sprovvisti di permesso di soggiorno o di lavoro.

Molti dei problemi che i Musulmani devono affrontare nella vita sociale, economica e politica sono condivisi da tutti gli immigrati. Vi sono, tuttavia, alcune questioni specifiche, che riguardano la comunità musulmana nel suo insieme, a prescindere dall’elevato grado di diversità interna che presenta.
In particolare, l’atteggiamento di larga parte della popolazione italiana e dei mezzi di comunicazione e, più in generale, il dibattito pubblico indicano che i membri di tale minoranza si collocano tra quelli meno integrati nella società italiana. Inoltre, il fatto che le organizzazioni islamiche non siano ancora riuscite a concludere un’intesa con lo Stato segnala l’esistenza di problemi che riguardano specificamente i diritti religiosi dei Musulmani.

Punti di incontro:

E’ possibile un punto d’incontro con i numerosi musulmani  che lavorano onestamente. Diversi hanno anche aperto una propria attività. Ma questi hanno uno stile di vita occidentale. Non sono fondamentalisti. Hanno tutto l’interesse ad una convivenza pacifica per prosperare nella loro attività. Come il pizzaiolo da cui mi servo. Sono anche religiosi, ma distinguono la dimensione religiosa da quella civile. Altrimenti per l’Islam non sarebbe possibile un’integrazione. Il fondamentalismo vuole l’applicazione della sharia (che vuol dire “via”). Possibile solo nella teocrazia, non in un paese laico.  Occorre vigilanza, ma questo non significa negare il fondamentale diritto della libertà religiosa, della possibilità di esprimerla non soltanto nell’ intimo della propria coscienza ma nella convivenza civile. C’ è la necessità di momenti di silenzio, riflessione e preghiera, e questo vale per tutti, anche per chi non ha una religione come quella cristiana. Bisogna fare attenzione a non confondere il religioso con il politico. Ma il problema è proprio questo. E’ molto difficile per l’Islam separare il religioso dal politico. Per il cattolicesimo non c’è separazione tra dimensione sociale, politica e religiosa nel senso che la fede anima tutte le realtà umane. Ma c’è il rispetto della laicità dello stato, ben diverso dal laicismo che è contro la religione. Laicità come opposto di teocrazia, cioè leggi politiche tutte basate sulla religione.  Per noi cristiani la politica è per l’uomo, non l’uomo per la politica. Al centro della politica deve esserci l’uomo e la sua dignità, il cui rispetto viene dalla fede in Gesù Cristo morto e risorto per tutti e in Dio Padre di ogni uomo,  mentre per l’Islam al centro di ogni cosa c’è la legge religiosa.

Esiste anche un fondamentalismo islamico “buono”, che incoraggia ad una pratica religiosa rigorosa, ma senza fanatismo e tanto meno violenza. Ad esempio l’organizzazione Jamaat Tabligh.

ISLAM                                                                                  CRISTIANESIMO

Allah e GesùGesù è stato creato da Allah attraverso la sua parola. E tramite la potenza di Allah è stato trasferito in Maria. Tuttavia è solo un uomo.Allah non ha figli, Gesù non è suo figlio. Gesù non può essere venerato come Dio.

Sure 9:30; 5:75; 4:171; 3:59; 3:45; 5:75.

Dio e GesùGesù è stato generato dallo Spirito Santo in Maria.Gesù è l’unigenito Figlio di Dio. Gesù è venuto come uomo sulla terra ed è Dio incarnato. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento Gesù è venerato come Dio.

Salmo 2:7; Matteo 1:20; Luca 1:35; Giovanni 1:1-2; Isaia 9:6; Giovanni 20:28.

Gesù non è morto sulla croceGesù non è stato crocifisso e non è risorto. Una crocifissione sarebbe stata per lui una sconfitta vergognosa. Con la sua morte non avrebbe ottenuto nessuna redenzione.(Sulla fine di Gesù il Corano non ha indicazioni chiare. Probabilmente Allah l’ha rapito davanti ai suoi nemici, e un altro è stato crocifisso al suo posto.)

Sura 4:157-158.

Gesù, morto sulla croce e risortoGesù è morto sulla croce secondo la volontà del Padre. È stato messo in una tomba ed è risorto dai morti il terzo giorno.Con ciò ha conquistato la vittoria sul peccato e sulla morte e ha ottenuto la redenzione per coloro che ripongono la loro fiducia in lui.

Matteo 16:21; Atti 10:40; 1 Corinzi 15:4; Filippesi 2:8; Colossesi 1:22; 1 Pietro 2:24.

Gesù non è DioChi dice che il figlio di Maria è Allah è un miscredente.Sura 5:75-78; 9:30. Gesù è Dio. Gesù è vero uomo e vero Dio.Matteo 1:23; Giovanni 1:1,14; 10:30,38; 14:9; Colossesi 1:19; 2:9; Tito 2:13; 1 Giovanni 5:20.
Il peccatoNel paradiso terrestre Adamo ha peccato quando ha mangiato il frutto proibito.Ma con questo evento l’uomo non è stato separato da Allah.

(Nell’islam non c’è caduta e il peccato originale non esiste.)

Sura 2:35-39.

Il peccatoAdamo ha trasgredito il comandamento di Dio nel paradiso.Le conseguenze di questa violazione sono peccato, morte e separazione da Dio per tutti gli uomini nel mondo.

La riconciliazione con Dio è possibile solo attraverso la morte di Gesù.

2 Corinzi 5:18-19; Romani 3:20.

La fedeFede significa riconoscere l’esistenza di Allah, sottomettersi a lui, esprimergli gratitudine e seguire i suoi precetti (preghiera, elemosina, eccetera).Sura 2:177. La fedeFede significa riconoscere il proprio stato di peccato e perdizione, accettare la redenzione di Gesù, e vivere nei comandamenti di Dio per mezzo della forza dello Spirito Santo.Atti 9:1-18.
Jihad per il Regno di AllahLa Jihad è la “guerra santa” contro gli infedeli. L’Islam ha come scopo la conquista territoriale per instaurare un governo islamico con la sharia (legge coranica). L’islamizzazione si chiama “khilafah”. Evangelizzazione per il Regno di Dio.

I discepoli hanno ricevuto il comandamento di andare per tutto il mondo a predicare il vangelo a ogni creatura, facendo miracoli e scacciando demoni, affinché chi lo riceve sia salvato.

Marco 16:15-18; Giovanni 3:16.

Gli infedeli. Il Corano esorta a diffidare degli infedeli (compresi ebrei e cristiani) e a ucciderli.Il seguente passo del Corano si presta facilmente al fanatismo dei gruppi terroristici islamici, come pretesto per la piccola jihad, la guerra santa contro i kafirun, gli infedeli: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero [Maometto] hanno dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati.” (Sura della Coversione  “at-Taubah” IX, 29)

Sure 5:54; 47:4; 9:29,123,216.

Gli infedeli e i nemici.

Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano.

Esodo 23:3-4; Matteo 5:44. Luca 6:27,35; Romani 12:14; 1 Pietro 3:9.

Il Corano.

Il Corano è la Parola non falsificata e pura di Allah, una trascrizione fedele della rivelazione originale divina a Maometto.

(L’Antico e il Nuovo Testamento, invece, sono stati falsificati col tempo. Il Corano corregge l’Antico e il Nuovo Testamento là dove differiscono dalla Bibbia.)

Sure 2:2; 43:2-4.

La BibbiaLa Bibbia è la Parola affidabile di Dio.Lo Spirito Santo ha vegliato sulla sua stesura. La Bibbia non ha bisogno di correzioni e rimane per sempre la Parola eternamente valida di Dio.

Apocalisse 22:18.

Dio e l’uomoDio ha creato l’uomo da un grumo di sangue.Sura 96:1-2 Dio e l’uomoDio ha creato l’uomo per avere comunione con lui.Egli desidera che sia salvato.

Apocalisse 19:7; Luca 14:23; Ezechiele 33:11; 1 Timoteo 2:4.

Allah creatoreAllah è il creatore del mondo e dell’uomo. Ma l’uomo non è stato creato a immagine di Dio.Sure 55:1-7. Dio creatoreDio ha creato l’universo e l’uomo a sua immagine e somiglianza. Egli rivela la sua essenza nella creazione.Giovanni 1:14-15.
Allah non è Padre. Allah non è il padre di Gesù, ma il Dio onnipotente e misericordioso.Sura 9:30-31; 6:101-102. Dio è PadreDio è Padre di Gesù Cristo e Padre dei suoi figli.Marco 1:1; Giovanni 1:12; Romani 8:15-17; 1 Giovanni 3:1.
La Trinità è idolatria. La venerazione di parecchi dei è il più grave peccato dell’Islam, perché c’è solo un unico Dio. (Il Corano accusa i cristiani di adorare tre dei: Dio, Gesù e Maria.)Sura 4:171; 5:76. La SantissimaTrinitàLa Trinità consiste nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ il cuore della fede cristiana.Maria è un essere umano e non fa parte della Trinità. Va venerata, ma non adorata (si adora solo Dio).

Matteo 28:19; Galati 4:6.

Il nome di AllahIl nome Allah è formato dall’articolo “al” e dal sostantivo “Ilah”, e significa “il Dio”.L’espressiône “Nome di Allah” si trova almeno 120 volte nel Corano. Allah ha molti altri nomi. Il nome di DioDio si rivela a Mosè come “Io sono Colui che sono”.Il Dio della Bibbia ha molti altri nomi.

Esodo 3:13-14.

Il dialogo con l’Islam può (ri)partire solo evitando la tentazione del pregiudizio. Il dialogo islamico cristiano ha subito un grave colpo l’11 settembre 2001. Ogni religione è portatrice di pace, ma purtroppo può anche essere ideologizzata e quindi politicizzata. Non cerchiamo il dialogo con i fanatici, ma con coloro che nell’Islam, e sono moltissimi, condividono con noi pacificamente la fede in unico Dio Padre di tutti.

Giorgio Nadali


L’Io unificato e permanente di Gurdjieff

Il metodo di auto sviluppo è, come insegna Gurdjieff, il tentativo dell’individuo di liberarsi dal pesante fardello delle leggi naturali, sotto le quali siamo obbligati a vivere secondo il nostro posto e la nostra funzione che abbiamo nell’universo. (Ricordo che la legge naturale è invece fondamentale nell’educazione cattolica). Tale obiettivo viene raggiunto stimolando la lotta tra l’essenza e la personalità, affinché l’essenza si armonizzi in un Io unificato e permanente. Per seguire il lavoro di Gurdjieff non è necessario abbandonare la casa, il lavoro, la famiglia; per questo è più accessibile rispetto ad altre vie di auto realizzazione, che già da subito chiedono la rinuncia al mondo.

Per iniziare a lavorare su Sé stessi secondo il lavoro di Gurdjieff è importante riuscire a trovare un maestro e un gruppo; ricordando quello che sottolineava lo stesso Gurdjieff “colui che desidera la conoscenza, deve compiere da solo lo sforzo iniziale per trovare la sorgente di essa ed avvicinarsi usando aiuti e direzioni che sono a disposizione di tutti, ma che gli uomini regolarmente non desiderano vedere né riconoscere. La conoscenza non arriva da sola agli uomini, se loro da soli non si sforzano”.

Il lavoro di Gurdjieff rappresenta in gran misura l’attività di gruppo. Un numero specifico di allievi radunati intorno al Maestro possono formare la base di lavoro a loro reciproco vantaggio. Per questo un individuo che lavora da solo, nonostante la sua devozione al lavoro, non può avere i vantaggi dati dal gruppo. Il gruppo serve a creare condizioni favorevoli per il lavoro su Sé stessi, a generare energia, a poter creare attraverso attriti interpersonali il “fuoco” psicologico che assicura il reciproco supporto per altre diverse mete. L’entrata nel gruppo e il rapporto con il maestro, rappresentano il vero e proprio inizio del lavoro. La conoscenza si trasmette oralmente e i Maestri usano la così detta situazione del momento “ora e quì “; nonostante le esigenze che variano a seconda delle persone, è importante chiarire che nell’insegnamento di Gurdjieff esistono 3 linee di lavoro:

1° Il lavoro su sé stessi per sé stessi
2° Il lavoro con altri per altri
3° Il lavoro su Sé stessi per Sé stessi, con altri per altri,
per una Scuola che da compiti

Il primo livello di lavoro rappresenta un tentativo esteso a seguire l’antico ordine che dice “conosci te stesso”. Il lavoro in questa direzione consiste nel raccogliere informazioni sul funzionamento personale, senza nessun tentativo di cambiarsi, focalizzandosi sulla conoscenza reale di noi stessi, senza immaginazioni sulle nostre capacità, la nostra volontà e su un Io permanente. Il processo di conoscenza di se stesso evolve dalle osservazioni di abitudini corporee verso osservazioni delle reazioni emotive e dei modelli intellettuali, si possono così verificare, con il tempo, più frequentemente momenti lucidi di ricordo di Sé, che sono riflessi di un alto livello di coscienza. “Quello che noi siamo veramente e quello che fingiamo e crediamo di essere, rappresentano due parti opposte. Queste due parti opposte esistono in tutti noi senza eccezioni”.

“La cosa più difficile per l’uomo, disse Gurdjieff, è di sopportare gli atteggiamenti degli altri”. Il secondo livello di lavoro assicura specifiche condizioni nello sforzo di diventare consci del proprio comportamento nei confronti degli altri, che dà anche la possibilità di esercitare nuovi modi di stare con gli altri. Il secondo livello di lavoro, abbraccia i rapporti e l’interazione con gli altri, ma l’attenzione è ancora accentuata sui modelli di reazioni individuali, sugli altri e su contesti sociali.

Nel terzo livello di lavoro si concede e incoraggia la propria iniziativa; la crescita personale o guadagno, non rappresentano il centro dello sforzo principale. L’essenza del terzo livello di lavoro rappresenta il servizio disinteressato, perché ogni atto disinteressato supera le capacità degli esseri umani su livelli abitudinari della coscienza. Questo livello di lavoro non può intraprendere nessuna direzione né sforzo duraturo finché la personalità (almeno in certa misura) non è disarmata e il livello di coscienza migliorato.

I movimenti di ginnastica ritmica e danza della fonte asiatica furono adattati da Gurdjieff per essere utilizzati nel lavoro, rappresentando una specie di meditazione in movimento capace di portare l’allievo ad un livello di trascendenza e di trasmettere una determinata specie di coscienza, offrendo il mezzo di raggiungimento di una condizione armoniosa di essere e consentendo all’allievo di osservarsi come essere dalla triplice natura e come totalità. Le forme dei movimenti sono composte da tante specie di danze e da esercizi obbligatori che tutti devono imparare. Questi movimenti sono legati alla musica che influenza e impegna il centro emotivo, con sforzo del centro intellettuale, per seguire forme prestabilite. Il funzionamento del livello istintivo motorio è di opporsi a tutte le propensioni personali effettuando gesti e posizioni insolite. I movimenti di Gurdjieff rompono il cerchio vizioso in quanto si pretendono dal danzatore movimenti innaturali e insoliti che nella vita di tutti i giorni si vedono raramente; tali movimenti rappresentano una sfida nei confronti delle usuali espressioni fisiche dando la possibilità di nascita ad una nuova libertà, cercando di combattere la meccanicità abituale di tutti i nostri movimenti dei quali il maggior numero inconsci. La persona non può rompere lo schema da sola ma con un aiuto esterno: Il Maestro.

Per far sì che tutti i centri lavorano nel modo giusto e non si ostacolino tra loro c’è bisogno di un vero sforzo fisico, solo in questo modo si crea la possibilità per l’armonia. Alcune nostre capacità possono essere espresse solo quando sottoponiamo il nostro corpo ad uno sforzo che esige una grande attenzione e un enorme consumo di energia, cioè quando gli sforzi che si fanno sono al limite dell’esaurimento, dandoci così la possibilità di accedere ad un contenitore speciale di energia: il “grande accumulatore” (Pura Coscienza). Solo da questo si può trarre l’energia per il lavoro su Sé stessi, per l’evoluzione interiore e per gli sforzi richiesti quando l’uomo intraprende la via della conoscenza. Il grande accumulatore ci dà la possibilità di fare sforzi eccezionali, impossibili allo stato normale.

Il lavoro su Sé stessi è individuale e pratico . I risultati sono in diretta armonia con la comprensione. Non si deve accettare nulla se non è dimostrato con un esame personale, la cieca fede non è in armonia con il fondamentale orientamento di questo lavoro. Per questo motivo l’insegnamento di Gurdjieff è completato con alcuni esercizi pratici dediti a portare l’attenzione su noi stessi. Uno di questi esercizi mentali può essere il cercare di essere consci di Sé stessi e concentrati su un pensiero, una parola, guardando la lancetta dei secondi, cercando di rimanere consapevoli di noi stessi, della nostra esistenza e del posto in cui siamo, eliminando tutti gli altri pensieri. Il limite della nostra consapevolezza sarà misurato con il tempo in cui saremo capaci di fare ciò. Vi sono molti altri esercizi che mettono alla prova il limite massimo di concentrazione o meglio di attenzione che ciascuno di noi può sopportare. Questo perché la nostra attenzione non è coerente e perché tutto quello che facciamo è spesso distorto dall’identificazione. Un altro esercizio può essere quello di rivivere gli eventi del giorno, esercitato regolarmente dovrebbe dare molte informazioni che arricchiscono la comprensione della meccanicità umana. Se questi allenamenti venissero praticati con coerenza può succedere che i momenti di auto osservazione comincino spontaneamente ad apparire durante il giorno.
La consapevolezza può apparire temporaneamente “ora e qui” invece che nella memoria.

Giorgio Nadali

da: Prof. Giorgio Nadali,  “Quale proposta educativa nel Cattolicesimo e nei Nuovi Movimenti Religiosi?”

Torino – Facoltà Teologica – 12 Novembre 2005
5° Corso Triennale di Formazione Ecumenica

Accademia Dushan Ki Kai Ku Kan